Un anello di fuoco

di Ludovica Ottaviani

 

Love is a burning thing/

And it makes a firery ring /

Bound by wild desire /

I fell in to a ring of fire.

La brezza soffiava forte dal mare verde, dalle acque che lambivano con violenza la lunga lingua di strada che li avrebbe portati oltre il confine, in un non luogo esotico dall’imprecisato nome nel quale avrebbero potuto perdersi senza ritegno.

Da una parte, le acque limpide ma minacciose dell’Oceano.

Dall’altra, il deserto rossiccio, malinconico perché avvolto nella propria polverosa desolazione.

Al centro, una vecchia Bentley Coupé che avanzava macinando chilometri di asfalto al ritmo della tromba mariachi di Johnny Cash.

Un giovane uomo dai capelli castani ribelli sedeva al posto di guida mentre, concentrato, armeggiava con un vecchio Super 8 senza mai staccare gli occhi dalla strada piatta e monotona; vicino a lui, sul sedile del passeggero, una bionda visibilmente più giovane, immortalata dal tramonto rossastro nel fiore dei suoi anni più belli: di bianco vestita, la pelle dorata e dei vistosi occhiali da sole bianchi per coprire gli occhi color ambra che nascondeva dall’invadenza dell’abbraccio del sole.

Continuarono a percorrere la strada, senza mai fermarsi: passarono il confine con gli Stati Uniti, si lasciarono alle spalle il deserto desolato; ormai il tramonto sembrava già un pallido ricordo, il crepuscolo scendeva lentamente così come la notte umida e desolata.

Il piede dell’uomo spinse a fondo l’acceleratore, perché no, non potevano ritrovarsi a viaggiare di notte, da soli: avevano bisogno di una sistemazione, subito, al più presto. L’ennesimo non-luogo sconosciuto agli occhi del mondo nel quale riposare le loro stanche membra.

Nel frattempo era scesa la notte sempre più umida perché vicina alle terre caraibiche; la notte afosa che taglia il respiro, rendendo impossibile perfino la fuga di qualunque pensiero partorito dalla mente impigrita.

Premeva sempre più a fondo l’acceleratore, scalava con sempre maggior vigore le marce inserendo la più veloce; percorsero a più di cento chilometri orari quel ricordo di terra sospeso tra mare e atavica desolazione.

Infine, approdarono a Santa Clarita.

Nessuno dei due sapeva esattamente dove si trovasse quella calda baia tropicale: forse era ancora in Messico? O forse no, forse avevano superato involontariamente il confine finendo in uno dei tanti stati sconquassati da faide, guerre e colpi di stato?

Ma per quella notte non aveva troppa importanza per loro due.

Il piccolo albergo che scelsero per passare la notte non era né il più bello, tanto meno il più rinomato: era solo il primo incontrato lungo la loro strada, mentre trascinavano nella polvere umida bagnata dalla rugiada nera della notte due pesanti valigie di pelle.

Alla reception, nascosto tra due alte piante lussureggianti, era nascosto il concierge: un ometto con un paio di baffetti radi, denti separati e due piccoli e furbi occhi neri nervosi.

-I signori desiderano?

-Vorremmo una stanza per la notte, per me e per la mia signora

-Due, se possibile

Aggiunse lei, la bionda, che nel frattempo si era accesa una sigaretta mettendo via gli occhiali bianchi.

-Siamo spiacenti, signora, ma per questa notte c’è rimasta solo una doppia… comunque non credo vi possa creare problemi

L’ometto strizzò, malizioso, un occhio, senza nemmeno sapere, senza conoscere l’identità e le ragioni dei due avventori.

-Va bene… la prendiamo lo stesso

Rispose il giovane uomo, puntando i suoi enormi occhi chiari nelle piccole pozzanghere nere del concierge.

-Un documento, prego…

Frugando nella borsa da viaggio che portava a tracolla, l’avventore cavò due passaporti da una delle tante tasche interne. Li passò all’uomo del bancone, aspettando in silenzio e mordicchiandosi un labbro, mentre la propria consorte eseguiva un silenzioso giro di ricognizione semplicemente con lo sguardo.

-Signor Bloom e Signora Bloom… grazie per aver scelto il nostro motel Rio Claro, a nome dello staff vi auguro di passare una buona notte e un piacevole soggiorno!

Uno dei lobby boy con divisa sudata si era già avventato sulle valigie e sul borsone portato dal Sig. Bloom quando quest’ultimo si sporse, repentinamente, oltre il bancone, in direzione dell’ometto:

-C’è un american bar qui?

-C-certo, signore

-E… servite anche alcolici?

-Ma ovv-vviamente. A-abbiamo un’ampia scelta di rum e tequila messicana che…

-Grazie

Il Sig. Bloom sgusciò via con inafferrabile velocità, raggiungendo la vistosa Sig.ra Bloom nei pressi degli ascensori.

Un brivido percorse subito il collo del concierge. Quel brivido sinistro e raggelante che avvertiva solo in determinate occasioni.

Ovvero quando al Rio Claro bussavano i guai.

-Intendi scrivere anche qui, oppure pensi di potermi concedere un po’ di tempo?

Il giovane uomo sospirò vistosamente, alzando e abbassando il petto come un mantice. Aveva abbandonato la giacca coloniale sul letto, sfoggiando una camicia di lino intrisa di sudore dopo il lungo viaggio.

-Perché sei sempre così polemica, Zoe?

-Io non sono polemica. È che purtroppo conosco fin troppo bene i miei polli

-Vuoi scendere al bar conciata così?

-Perché? Cos’ha questo vestito che non va?

L’uomo fece scorrere lentamente i propri occhi dall’alto verso il basso, soffermando il proprio sguardo inquisitore sul succinto tubino verde indossato dalla moglie.

-Niente.

La donna si accese una sigaretta osservando il marito che armeggiava con un taccuino di pelle. Si toccò istintivamente la fede e l’anello di fidanzamento, girandoli con un certo nervosismo.

-Io vado al bar. Se vuoi, mi trovi giù “Hemingway”.

Prendendo la borsetta, Zoe chiuse la porta dietro di sé.

Il “suo” Hemingway, Isaac, era finalmente solo.

Non voleva passare tutta la notte a scrivere, ma nemmeno voleva restare in compagnia della moglie. Aveva bisogno di restare un po’ da solo e di riflettere sul lento e inesorabile naufragio del proprio matrimonio. Cinque anni di lento, incessante, avvelenamento, un avvelenamento da metalli pesanti, di quelli che lasciano senza alcuna via di scampo.

Quando aveva incontrato Zoe l’aveva trovata subito splendida, spregiudicata e vitale: un’inarrestabile forza della natura molto più giovane. E siccome Isaac Bloom – origini ebreo-ashkenazite, opprimente madre dalla quale era stato costretto a tornare dopo il divorzio dalla prima moglie – stava già aggirando la boa di una precoce crisi di mezz’età, scorse nei lineamenti delicati e nei biondi capelli di Zoe l’unica chance per cambiare – o scappare – dalla propria esistenza condannata alla dannazione.

Isaac non pensò mai neanche un momento che potesse essere proprio Zoe la definitiva condanna all’ergastolo: la ragazza si rivelò capricciosa, umorale ed esigente; pretendeva soldi e regali costosi, attenzioni costanti che Isaac non poteva – e non voleva – concederle, essendo uno scrittore. E uno scrittore è un creativo solitario e schivo, uno che ha bisogno del proprio tempo e della concentrazione per lavorare, altrimenti è condannato ad una lenta agonia. Forse aveva sottovalutato Zoe; magari aveva capito benissimo tutto questo e tentava da ben cinque anni di eliminarlo lentamente, sottraendogli prima di tutto il proprio lavoro, prosciugandogli la vena creativa.

Isaac non sentiva l’odore di una buona idea da troppo tempo: non si ricordava più nemmeno che retrogusto avesse, né come riconoscerla in mezzo a tanti pensieri confusi. I suoi appunti corrispondevano ormai a un insieme confuso e indistinto di meditazioni sparse, di elucubrazioni contorte e ansie da esorcizzare. E Zoe non faceva il benché minimo sforzo per dissiparle.

Isaac chiuse di colpo il taccuino. Lo ripose di nuovo in una tasca della borsa da viaggio e frugò più a fondo, tirando fuori alcune camicie e un paio di calzini, alla ricerca di qualcosa.

Quando trovò un portafoglio e una rivoltella carica che nascose nella tasca interna della giacca, finalmente calmò il proprio spirito inquieto, apprestandosi a raggiungere la moglie all’american bar del motel.

La notte era statica; non un filo di vento, non un briciolo di brezza sospinta dal mare. Le foglie delle piante lussureggianti della reception erano ferme, in bilico nell’atmosfera polverosa. Le divise dei lobby boy erano sempre più intrise di sudore, i cappellini venivano poggiati sulle panche in legno della hall e il concierge si asciugava compulsivamente i baffetti radi con un fazzoletto di cotone grezzo. Quando adocchiò Isaac, fu combattuto tra l’istinto di abbassare lo sguardo facendo finta di niente oppure richiamare l’attenzione dell’uomo, come istintivamente fece.

-Señor… la sua consorte, la Sig.ra Bloom, l’ha preceduta all’American bar.

-La ringrazio…

-Ramon. Ramon Saint Just.

-Saint Just… insolito

-Tutto qui a Santa Clarita è discretamente insolito, señor. Se ne accorgerà pian piano.

Il sorriso accogliente di Ramon nascondeva, agli occhi di Isaac, un’inquietante nota sinistra. Come le belle unghie laccate di rosso di una donna che scivolano su una lavagna. Uno stridio inesistente riempì immediatamente le orecchie dello scrittore che fu costretto a scacciarlo via con vigore.

-Tutto bene, señor?

-S…sì… domattina può svegliarci intorno alle otto? Siamo di partenza

-Di già? Ma è un peccato trattenersi così poco a Santa Clarita…

-Abbiamo un resort prenotato a Bahia per dopodomani, ci ha già pensato il mio agente. Questa è stata una… deviazione fuori programma.

-Capito.

Isaac osservò ancora una volta il sorriso sinistro di Ramon, i denti radi e spaziati. Per un istante si perse in quei vuoti, prima di accennare un sorriso a sua volta dirigendosi verso l’American Bar del Rio Claro.

Tra le poche teste coperte da cappelli di Panama chiari e gli abiti estivi leggeri che lo circondavano il suo sguardo si posò subito su Zoe che, come un’edera, protendeva naturaliter verso un misterioso avventore che le stava facendo compagnia.

Seduto su un divanetto bianco di vimini c’era un distinto gentiluomo dall’accento britannico sulla quarantina, un coetaneo del sig. Bloom, una sorta di copia conforme dell’uomo ma in negativo – o in positivo: sbarbato, profumato, anello al mignolo sinistro, completo coloniale, capelli ordinati, corti e grandi occhi verdi. Trasudava eleganza e grazia, una leggerezza che la proiezione sbiadita di Isaac forse non aveva mai conosciuto.

Mentre si avvicinava alla consorte, l’uomo non poté fare a meno di notare la mano del misterioso gentiluomo che, fugacemente, sfiorava quella della signora Bloom.

-Isaac…! Michael, questo è Isaac, mio marito

-piacere, sig. Bloom – lo straniero tese, con aria affabile, una mano – vostra moglie mi ha parlato molto di voi e del vostro lavoro… mi sembra quasi di conoscervi da sempre

Sorrise, e il suo sorriso era una rassicurante luce nella notte oscura e tempestosa dei marinai. Un faro nelle tenebre. Accogliente.

Una minaccia infida per Isaac.

-La ringrazio, sig…?

-… Michael Carmichael, sì lo so, i miei genitori non hanno brillato per arguzia quando mi hanno battezzato!

La battuta fece ridere di gusto Zoe. Erano cinque anni che Isaac non sentiva il suono della sua risata, si era perfino dimenticato che nota avesse.

Anche Isaac si sedette nel salottino di vimini.

-Allora, sig. Bloom…

-Isaac

-Isaac… e così, siete uno scrittore

-Così dicono

-Genere? – Michael si accese una sigaretta.

-Quello che capita. Dipende dall’ispirazione del momento. O dai soldi

-Siete uno di quelli che scrivono per denaro, sig. Bloom?

-Chi non fa cose per denaro oggigiorno, Sig. Carmichael?

Si fissarono. L’avventore venuto da lontano sorrise.

-Touché Isaac… avete ragione. Io per esempio gestisco una piccola piantagione di canna da zucchero a nord di Brasilia, e non vi nego che posso permettermi un certo tenore di vita solo grazie agli introiti che ottengo

-Dal lavoro degli altri.

-Prego?

-Gli introiti che ottenete… ma dal lavoro degli altri. Sfruttando la manodopera dei vostri braccianti

-Isaac, non credo che il sig. Carmichael – Michael – possa gestire da solo un’intera piantagione… coltivare non è proprio come scrivere

-Ma c’è tanta brutta letteratura in giro che suggerisce il contrario

-Siete un uomo di spirito, sig. Bloom

-Isaac.

I due uomini si lanciarono una rapida occhiata di sottecchi prima di ordinare un Cuba Libre, un Godfather e un Martini On the Rocks.

Solo quando arrivarono i cocktails ripresero a conversare amabilmente, almeno nei limiti della situazione. Non solo Isaac si era accorto che Ramon li aveva tenuti d’occhio per tutto il tempo, ma aveva notato gli sguardi fugaci che Zoe rivolgeva a Michael, con quegli occhi color ambra sempre pronti a sedurre il prossimo.

-Cuba Libre, Isaac? Non avrai simpatie “rosse”

-Apprezzare le premesse della rivoluzione cubana in un paese fuori dagli Stati Uniti non credo mi possa tacciare di “simpatie rosse”, Michael

-Ancora una volta touché. Non posso negare che anch’io provo una certa simpatia per l’utopia cubana, dopotutto

-Utopia?

-Isaac, smettila… Michael ha solamente espresso il proprio parere, e su un argomento discretamente insidioso…

-Dico solo che non mi sembra il termine più giusto per definire una rivoluzione, ecco tutto.

Sorseggiarono in silenzio i cocktail, mentre in sottofondo la stanca orchestra si preparava a esaudire per l’ultima volta, nel corso della lunga serata, una delle richieste del pubblico.

La squillante e stonata tromba mariachi era inequivocabile.

Si trattava di Ring of Fire.

-Mpf… Johnny Cash… io adoro, Johnny Cash – esclamò improvvisamente Zoe – è uno dei miei preferiti… non so se conoscete qualcuna delle sue canzoni…

-certo – rispose subito Michael, avvicinandosi pericolosamente al volto della donna – chi non conosce Walk the Line?

Cominciarono a sogghignare all’unisono, complici, facendo tintinnare i bicchieri e rovesciando del Martini sul tavolino di vimini.

-Io non la conosco.

Zoe e Michael, rotto l’incantesimo, fissarono basiti Isaac.

-Ma… tesoro, è impossibile… l’abbiamo sentita insieme milioni di volte…

-Allora semplicemente non la ricordo perché forse non amo Johnny Cash. Certe volte capita

-Di… non amare Johnny Cash? – domandò sorridendo, rilassato, Michael.

-Di non amare le stesse cose. O di amare ciò che non ci appartiene.

Quando Isaac puntò i suoi grandi occhi cerulei in quelli verdi dell’avventore, quest’ultimo li abbassò in modo repentino, senza sostenere lo sguardo. Cominciò a fissare il tavolino, giocando con i noduli del vimini bianco. I suoi occhi furono sostituiti da quelli di Zoe, due fuochi ambra che ardevano.

Di rabbia.

Di passione.

Di morte.

Li serrò, fino a farli diventare come due fessure, come i felini pochi minuti prima di attaccare.

-Michael caro, è stato davvero un piacere chiacchierare con te, ma… domattina dobbiamo partire molto presto, per cui ci aspetta una levataccia e io… oh beh, come quasi tutte le signore non sono una mattiniera!

Si era alzata in piedi riavviandosi il tubino verde, lasciando a metà il proprio Martini.

Zoe non aveva mai lasciato a metà un drink, rifletté Isaac accigliandosi improvvisamente.

-Isaac, è stato un vero piacere

-Anche per me, Michael – mentì lo scrittore, stringendo con vigore la mano del suo rivale del Venerdì sera – credo proprio che ci rivedremo presto. Molto presto-

-Ci conto eh?

Sulla fragorosa risata di Michael Carmichael il coltivatore di canna da zucchero, la coppia lasciò l’American bar del Rio Claro, tornando nelle proprie stanze.

-Tu… sei sempre il solito saccente, stronzo, socialista

-E tu la solita troia. Come vedi, siamo pari.

Nell’angusto ascensore risuonò il rumore sordo di uno schiaffo. Isaac fissò la moglie, ansante. Lo aveva colpito in pieno volto con l’anello di fidanzamento girato, lo smeraldo contro la guancia dell’uomo. Quel che restava era un profondo solco largo cinque centimetri, dai contorni frastagliati, che sanguinava copiosamente inondando di piccole macchie il colletto della camicia dell’uomo.

Isaac si limitò a fissare Zoe ancora ansante. Gli occhi sgranati. Il volto di lei contratto in una smorfia mostruosa, una maschera del teatro Kabuki.

-perdonami amore, io non… scusami amore, scusami tanto, davvero, scusa…

Zoe aveva iniziato a baciarlo sulla ferita. Il sangue stava tingendo le sue labbra come un rossetto, ma lei continuava a baciarlo, a soffocarlo di tutte quelle attenzioni che non gli aveva più concesso negli ultimi cinque anni. Isaac era imbambolato, vittima di uno strano incantesimo che lo rendeva inerme e impotente di fronte a quel macabro slancio d’amore; o semplicemente il Cuba Libre stava facendo sentire il proprio effetto dopo quasi ventiquattr’ore di veglia.

Arrivarono al piano e, prima ancora di approdare in camera, stavano già seminando i propri abiti lungo il corridoio angusto.

Quella notte fecero l’amore, con passione e trasporto, come non accadeva più da oltre un anno.

Lei era… semplicemente bellissima. Alla luce dell’immensa luna piena che li sovrastava e che occhieggiava attraverso le persiane in legno, la sua pelle ambrata sembrava così… compatta, perfetta. Una sorta di bambola a grandezza naturale, una dea della perfezione crudele e spregiudicata, pronta a infliggere schiaffi e graffi perfino durante il rapporto, una crudele valchiria biondo miele che affiancava a un bacio appassionato un grido di piacere più simile ad un ruggito di guerra proveniente dalle viscere del Valalla.

Una donna creola con lunghi dreadlocks raccolti in un turbante bianco e vestita dello stesso, accecante, colore rideva sguaiatamente mentre aspirava rapide boccate da un sigaro; un velo rosso scendeva improvvisamente avvolgendo la scena, incluso il volto di Michael Carmichael comparso all’improvviso a turbare la quiete della notte, mentre Zoe si lanciava in un sabba orgiastico con un imponente haitiano il cui volto era truccato di bianco, proprio come un sinistro teschio umano ghignante nelle tenebre.

Strani sogni avevano assalito Isaac, costringendolo a svegliarsi; la fronte imperlata di sudore, l’orecchio teso per cogliere qualunque rumore. Ma dall’esterno non giungeva neanche un fiato, con la notte sempre più calda e l’aria praticamente irrespirabile. Zoe era sdraiata accanto a lui, nuda, nel letto: dormiva, il volto finalmente rilassato senza più nessun segno di astio o lotta. Si sfilò da sotto le coperte cercando di non fare il benché minimo rumore e, mentre si rivestiva velocemente assicurandosi che la pistola fosse ancora nella tasca interna della giacca, continuò a fissare la moglie addormentata.

Splendida, spregiudicata venere della strada. O troia, come dicono i non letterati. Sapeva benissimo come raggirare un uomo, sembrava conoscere ogni mezzo lecito – o illecito – per farlo capitolare e per raggiungere, infine, i propri scopi.

Da buon scrittore qual era continuò a fantasticare sulla propria consorte mentre scendeva in ascensore, mentre si sedeva di nuovo all’American bar guardandosi intorno, sorseggiando un bicchiere di rum dietro l’altro sotto lo sguardo vigile e indiscreto di Ramon, che lo teneva d’occhio a distanza di sicurezza.

Il richiamo della notte fonda era allettante come il canto di una sirena sporcacciona: così, nonostante gli effetti del rum fossero già evidenti e la camminata più barcollante del solito, Isaac decise di assecondare il proprio istinto, lasciandosi alle spalle il Rio Claro e addentrandosi tra i vicoletti sudici, pittoreschi e silenziosi di Santa Clarita. Poche luci illuminavano il cammino degli stanchi viandanti dell’oscurità; un lampione faceva capolino ogni tanto, proiettando l’ombra giallognola della propria luce come porto sicuro per prostitute e spacciatori. La fauna locale sembrava mescolarsi a perfezione con gli sparuti turisti della Domenica, riconfermando ciò che Ramon gli aveva detto una volta arrivato: “tutto qui a Santa Clarita è discretamente insolito”.

Un gruppo di ragazzini con vistose maschere e strane bamboline in mano lo travolse, facendolo barcollare; sarebbe caduto rovinosamente a terra, se non avesse intercettato all’ultimo momento il muro coperto di maioliche variopinte di una casa. Una di esse si staccò, frantumandosi una volta atterrata: pezzi di limoni, blu di Cina ed edere si sparsero al suolo.

-Tutto bene, señor?

Una calda voce femminile aveva parlato alle sue spalle. Istintivamente, Isaac si voltò, incrociando gli occhi neri e senza fondo di una creola vestita di bianco.

La stessa che aveva visto in sogno, con i lunghi dreadlocks raccolti in un turbante, una collana di turchesi al collo e un grosso sigaro tenuto tra le dita affusolate.

-Ti vedo sconvolto. Se è per i milagros, tranquillo. Sono così tanti, uno in più o uno in meno… almeno, potrò dire che ha portato a termine il proprio compito salvando un uomo da una rovinosa caduta.

Lo sguardo di Isaac si poggiò nervosamente a terra, prima di risalire lungo la parete: una sequenza di ex-voto, di cuori variopinti circondati da raggiere dorate, parti del corpo umane riprodotte in miniatura per commemorare fortuite guarigioni, e poi mattonelle con incisi i nomi dei miracolati e i mali dai quali erano stati liberati; allo scrittore cominciò a girare la testa.

-Aaaaah no, giovane amico… così non va… vieni dentro, bevi un goccio di rum e vedrai che ti riprenderai subito.

Per quanto si sforzasse di opporre resistenza alla vecchia inquietante, c’era una misteriosa forza occulta che sembrava renderlo malleabile come cera nelle sue mani, talmente inerme da poter essere trasportato con facilità all’interno della casa, nonostante la donna dimostrasse una sessantina d’anni e si muovesse con passo malfermo e incerto.

-Eh, sai, le mie gambe non sono più quelle di una volta… un tempo, ero la ragazza più famosa di Santa Clarita per come ballavo, ma oggi… guarda tu stesso, chi posso più ammaliare con questo passo da inferma?

Nel frattempo aveva chiuso la porta dietro le sue spalle, e rideva accennando degli sconclusionati passi di una strana danza esoterica, una sorta di rituale sciamanico antico come il ventre del mondo. Isaac, accasciato su una sedia della cucina, la fissava interdetto.

-Ma sai che sei proprio un bel ragazzo? Come ti chiami?

-Isaac…

-Isaac…- la donna si avvicinò a un mobiletto, prelevando due bicchieri e una bottiglia di rum –un bel nome, è biblico… Isacco, il figlio che Abramo sacrificò a Dio…

-Che quasi sacrificò a Dio. Fu fermato appena in tempo

-Meno male allora- la vecchia scoppiò a ridere sonoramente, offrendogli un bicchiere pieno di rum –una vera fortuna. Conosci bene la Bibbia, Isaac?

-Abbastanza. La mia religione me lo permette. Cheers!

-Come dite voi? Ah sì… Lechaim!

Nello sguardo del giovane uomo si dipinse una nota d’orrore.

-Come fa a sapere così tante cose su di me?

-Io so tante cose sul conto di tutti, Isaac. Sai, qui a Santa Clarita mi chiamano… Maman Brigitte. E dicono che io sia antica quanto questo posto

-Complimenti. Non si direbbe proprio

-Qualcosa ti tormenta, ragazzo. Qualcosa di antico. Un demone- l’uomo deglutì rumorosamente, beccato contropiede –ma io posso aiutarti a guarire. Posso toglierti questi demoni dal cuore, alleggerire le tue pene. Vieni, vieni con me-

Isaac tornò a sentirsi inerme e si abbandonò, alla mercé di Maman Brigitte, che lo condusse in uno stanzino lontano dalla luce, con pareti verde scuro e un intenso odore acre e dolciastro che saturava l’aria, rendendola irrespirabile.

Il giovane uomo dovette reprimere a forza un conato di vomito.

-Giovane Isaac, siediti su questa sedia, e lascia che… legga cosa gli spiriti hanno in serbo per te.

La vecchia accese un vecchio giradischi. Un’antica litania cominciò a diffondersi, circondandoli; poi si avvicinò ad una credenza, tirò fuori uno strano piumino composto da penne di fagiano e due bacili in metallo. Nel primo versò dell’acqua, nel secondo dell’olio. Entrambi furono posti ai piedi di Isaac, che guardava inerme la magiara mentre gli sfilava le scarpe di tela.

-L’acqua è il male… l’olio il bene… il sangue, la vita…

Il sangue di cui farneticava era quello che a breve sarebbe sgorgato da una malandata gallina nera, nascosta in una gabbia a fianco alla credenza. L’animale si dimenò disperatamente nell’ultimo tentativo di sfuggire al proprio triste destino, poi si rassegnò a sua volta e offrì quasi di sua sponte – o, almeno, così apparve agli occhi dello scrittore – il collo alla lama spuntata brandita dalla donna. Una cascata di liquido caldo inondò il viso di Isaac, le narici, la bocca; si incrostò sui capelli, cominciò a colare sul pavimento, finendo in un lento stillicidio sui suoi piedi nudi e infine nelle due bacinelle.

-Questa notte c’è una luna di sangue… guardati dagli sconosciuti e proteggiti, potrebbe essere il tuo ultimo giorno di libertà. Qualcuno ti ha venduto al Baron Samedì.

All’improvviso, riemergendo quasi da un lungo letargo, Isaac sgranò gli occhi. Focalizzò subito i palmi delle sue mani impregnati di sangue, i bacili traboccanti liquidi rossastri, e di colpo iniziò subito a pulirsi sui vestiti di lino coloniali, scattando in piedi e alzandosi dalla sedia dove l’aveva confinato Maman Brigitte.

-Voi siete pazza, vecchia strega! Pazza e pericolosa, voi… voi…

La fissò. E nel suo viso incartapecorito, scorse il segno di un sorriso, di un ghigno sinistro.

Terrorizzato, non poté fare a meno di prendere le proprie scarpe e di scappare via da quella casa, lontano da quell’orrore subdolo, da quell’inquietante sacrifico nel quale era incappato nel cuore insonne della notte di Santa Clarita.

Corse a perdifiato, corse a lungo, e per un po’ non si accorse nemmeno che i suoi piedi nudi continuavano a calpestare tutto ciò che incontravano, ferendosi irrimediabilmente e iniziando a sanguinare a loro volta. Una notte di sangue…

Solo una volta approdato nei pressi del Rio Claro decise di fermarsi, controllando le ferite e cercando di riprendere fiato. Piccoli vetri aguzzi, frammenti di una pignatta piena di coriandoli e sassi appuntiti si erano conficcati nelle piante come stelle in un cielo fisso; provò a togliere qualcosa con le mani, ma il dolore cominciava ad essere insopportabile e l’effetto del rum si affievoliva progressivamente con il passare delle ore.

Poi, una voce giunse all’improvviso al di sopra della sua testa. Una voce calda e amichevole.

La voce di Michael Carmichael.

-Tutto bene, Sig. Bloom?

L’imprenditore della canna da zucchero se ne stava lì, in piedi, davanti ad Isaac, e lo fissava con i suoi occhi verdi, che ridevano, luminosi come il sorriso che sfoggiava.

Perché tutta quell’enfasi? Da dove nasceva quell’entusiasmo, e perché lo stava “importunando” nel cuore della notte?

Ma era il rum a pensare, non lo scrittore.

-Sig. Carmichael… giudichi lei stesso

-Accidenti. Sono delle belle ferite, piccole e profonde… le peggiori

-Già. Le consiglio di non camminare a piedi nudi per le strade di Santa Clarita

I due uomini scoppiarono a ridere, ma la risata di Carmichael era semplicemente ricca di cortesia, non di affabilità.

-Anche lei ha problemi a dormire?

-Sono uno scrittore. È una categoria che difficilmente trova pace durante la notte

-Lo immagino. Ma di solito gli scrittori la notte scrivono, non se ne vanno a piedi nudi in giro. Dove ha lasciato la sua bella mogliettina?

-Zoe? Credo che lo sappia benissimo, Carmichael

-Michael. E no, non so dov’è finita sua moglie

-Michael. Da uomo a uomo. Smettiamola di fingere, ma soprattutto smettiamola con tutti questi convenevoli

-Convenevoli? Isaac, io non sono gentile. Sono cortese

-Fa differenza?

-Molta. Sono affabile con te solo perché trovo tua moglie splendida

-Stai lontano da mia moglie, damerino

-Isaac, io e tua moglie abbiamo semplicemente condiviso un drink insieme prima, e perfino in tua presenza. Nient’altro

-Vi ho visto come vi guardavate… di nascosto…

-Se gli occhi sono fatti per guardare, lo confesso vostro onore, sono colpevole. Ora mettetemi ai ceppi per aver ammirato una bella donna. Su, forza!

-Non giocare con me. Potresti restare bruciato

-Più che a un fuoco, somigli a un triste impianto a gas, Isaac.

Su quella battuta sardonica, lo scrittore frugò nella tasca interna della giacca, tirando fuori la piccola rivoltella che portava con sé. E piantò il cieco occhio nero della sua canna dritto davanti a Michael. L’uomo alzò le mani per proteggersi.

-Non ride più adesso, Sig. Carmichael?

Il respiro del distinto gentiluomo inglese si fece affannoso. I suoi occhi verdi fissavano quelli chiari dello scrittore, come due enormi lune piene avvolte dalle tenebre.

-Isaac… lo scherzo è finito. Abbassa quell’arma, per favore

Lo scrittore abbassò la rivoltella puntandola verso terra, prima di scoppiare in una risata intrisa di cinismo.

La donna creola con i dreadlocks raccolti nel turbante bianco completamente coperta del sangue della gallina nera.

I suoi occhi neri, fissi, vitrei, vuoti. Il suo ghigno. Il ghigno del gigantesco uomo creolo con il volto dipinto come uno scheletro e infine un vero scheletro, un cranio dalle cupe orbite aperte sull’infinità del nulla.

Isaac si schiantò di colpo nel sonno. Madido di sudore, era di nuovo nudo nel letto. Ma come era finito lì? Era rientrato al Rio Claro sulle sue gambe? Non ricordava assolutamente niente. Eppure adesso si trovava di nuovo lì, accanto a Zoe, addormentata, mentre albeggiava. I versi dei pappagalli riempivano l’aria, nessun altro rumore sembrava turbare il risveglio di Santa Clarita. Almeno, finché un concitato vociare seguito da una serie di vigorosi colpi alla porta non squassarono la quiete del corridoio.

-Polizia! Aprite

Lo scrittore fissò prima la moglie, poi la porta, poi tornò a fissare lei, che sembrava completamente indifferente a tutto ciò che stava accadendo intorno a loro. Poteva sentire la voce di Ramon che supplicava la polizia di non fare irruzione e gli agenti che forzavano lo stesso la porta, entrando con violenza nella stanza. Due uomini massicci in divisa iniziarono a fissare, ansanti, Isaac che non aveva nemmeno tentato di scappare attraverso la porta-finestra che dava su un Eden tropicale. Si era semplicemente limitato a vestirsi, indossando i vestiti del giorno prima, il completo coloniale sporco di sangue.

-Isaac Bloom. Deve venire con noi per rispondere alle accuse di omicidio, ha diritto a un avvocato

-Dev’essere… dev’esserci un errore, io non so… assolutamente di cosa state parlando, non ho ucciso nessuno il sangue che vedete è… è mio, mi sono ferito questa notte…

I due agenti si avvicinarono, ammanettandolo. Ramon continuava a fissare la scena sulla porta, asciugandosi il sudore con un fazzoletto di stoffa; Zoe, seduta in mezzo al letto, fissava il marito senza fiatare.

-Lei è accusato del brutale omicidio di Michael Carmichael, cittadino dell’impero britannico,40 anni

-Car… Carmichael? È morto? E come…?

-Fatto a pezzi, sig. Bloom, dovrebbe saperlo… sono ancora da accertare le cause della morte. Ma il sig. Saint Just, qua, vi ha sentiti litigare violentemente intorno alle tre del mattino prima di avvertire un colpo di pistola

-Ma… ma io non ho sparato… controllate la mia rivoltella, è ancora nella tasca della giacca… diglielo Zoe che poi sono rientrato in camera, diglielo, diglielo ti prego!

Ma la replica di Zoe allo sguardo disperato di Isaac fu un distaccato movimento degli occhi verso il basso. Senza fiatare, si limitò a coprirsi più che poteva con il lenzuolo. Non una parola, non un gesto, non un cenno di disperazione o cedimento nei lineamenti del suo volto, nemmeno quando portarono via di peso suo marito dalla stanza, con Ramon che chiudeva il triste corteo in divisa, tra le urla strazianti del fu scrittore Isaac Bloom.

Una vecchia Bentley Coupé sfrecciava per le strade di Santa Clarita, diffondendo le note di una famosa canzone nell’aria del crepuscolo dorato. L’auto inchiodò davanti a una casa, un piccolo appartamento con all’esterno una parete ricoperta di milagros, ex-voto. Una donna creola vestita di bianco, con dei lunghi dreadlocks avvolti in un turbante e un grosso sigaro tra le dita, se ne stava assisa su una vecchia sedia di vimini, intenta a fumare. Guardava l’orizzonte davanti a sé e il sole che, timidamente, si ritirava nelle ricche stanze del proprio palazzo.

Dalla Bentley scese una bella bionda, vistosa, giovane. La carnagione abbronzata era evidenziata da un abito bianco dalla linea sinuosa, come gli occhiali che indossava, femminili e iconici.

Zoe si fermò davanti a Maman Brigitte, sfilandoseli.

-Allora? Com’è andata?

-Lo hanno portato via questa mattina. Alla fine ha funzionato

-Avevi dei dubbi? Sapevo benissimo che avrebbe funzionato. Non si scherza con gli antichi riti

-Ah sì… – rise, sprezzante, Zoe – le bamboline voodoo e i feticci umani… povero Carmichael, devi avergli fatto particolarmente male

-Ti dico solo che la sua bambolina di cera è finita a terra in mille pezzi. Giudica tu stessa

-Non mi interessa, l’importante è che i tuoi strambi balletti mi abbiano tolto mio marito di torno. Per sempre

Gli occhi di Maman Brigitte si puntarono in quelli color ambra della donna, che distolse prontamente lo sguardo puntandolo a terra.

-Sai benissimo che tutto questo ha un prezzo

-Non ti sono bastati i soldi che ti ho già dato, vecchia strega?

La giovane donna sfilò un pacchetto di sigarette dalla borsa, accendendosene una.

-Non mi riferisco ai soldi, americana

La vecchia mostrò i suoi denti incapsulati d’oro sfoggiando un sorriso mannaro.

-Hai già avuto il tuo tributo di sangue, ma forse non ti è bastato

-Non è bastato a “lui”. Io non c’entro niente, sono solo un tramite tra il loro mondo e il nostro

Zoe spense la sigaretta a terra.

-Basta con le stronzate. Andiamo, finiamo questo rituale

Maman Brigitte si alzò dalla propria sedia, barcollando. Si guardò intorno, poi prese la giovane donna per un braccio e la condusse all’interno del piccolo appartamento.

-Tu ignori quanto sia esigente come padrone il Baron Samedì, bambina mia…

Le due donne scomparvero nel buio, prima che l’uscio della piccola casa fosse serrato definitivamente.

Intanto dalla Bentley Johnny Cash continuava a cantare la sua canzone, intervallata dall’allegra tromba mariachi:

The taste, of love is sweet/

When hearts like ours meet/

I fell for you Like a child/

Oh, but the fire went wild.