La voce del buio

di Alberto Rudellat

 

Un uomo che crede ai fantasmi

e che s’immagina di scorgere uno spettro nella notte,

lui si che proverà la paura

in tutto il suo orrore.

G. De Maupassant, « La paura ».

Il dottor Duse attraversò la penombra della stanza zoppicando leggermente. Una goccia di sudore gelato gli scivolò dalla nuca lungo la schiena, sotto la camicia bianca, mentre avanzava nell’aria umida e immobile. Davanti a lui, l’uomo sedeva in silenzio, la testa affondata tra le braccia incrociate, la fronte sul piano lucido del tavolo. Tutto ciò che Duse riusciva a scorgere erano il collo teso allo spasimo e una matassa di capelli arruffati, molto più lunghi e più bianchi di come li ricordava ai tempi dell’università, quando quell’uomo, che allora chiamava con riverenza professor Cusanno, teneva una delle cattedre più prestigiose della facoltà di psicologia.

Chiuso nella sua apatia indifferente, l’uomo non si mosse neanche quando trascinò la sedia di metallo e gli si sedette di fronte, al lato lungo del tavolo. Non un gesto, non una parola. Per il dottore non fu una sorpresa: si era preparato a lungo per questo incontro e dover lottare per strappargli di bocca qualche frase era esattamente ciò che si aspettava. Dopo il primo colloquio, e la confessione, il giorno dell’arresto, il soggetto si era chiuso in un mutismo totale e inespressivo che durava da due settimane. Mangiava regolarmente, nessun comportamento violento, solo un’indolente indifferenza, un invalicabile muro che tagliava fuori il mondo.

˗ Salve ˗ esordì Duse. La sua voce rimbombò nella stanza spoglia. ˗ Salve ˗ ripeté, abbassando il tono.

Contro ogni sua aspettativa l’altro alzò la testa lentamente e gli piantò in faccia due occhi azzurri privi di espressione. Lo fissò per lunghi istanti, inclinando la testa sulla spalla, lasciando scorrere lo sguardo senza pudore, quasi volesse imprimersi nella mente ogni dettaglio, ogni neo, ogni ruga. Fece schioccare la lingua prima di investirlo con una voce calda e profonda.

˗ Lei vuole sapere come tutto ebbe inizio. È per questo che siamo qui, no?

˗ Vorrei che lei mi raccontasse che cosa è successo ˗ rispose Duse.

L’uomo scoppiò a ridere con un lungo “ah” stridulo, portandosi alla bocca le mani costrette dalle manette.

Il dottor Duse lo guardò stupito, increspando le sopracciglia.

˗ Si, sto ridendo. Anche gli infelici ridono, dottore. Rido. E lei non ride? Perché non ride? Rida di me! Rida! Perché sono buffo, vede? ˗ picchiava le dita sul petto per indicarsi, ondeggiava sulla sedia e affondava le dita tra i capelli, torcendoli e strappandoli. ˗ Buffo, buffo, bu-ffo. Buuuu-ffooo. E ho una storia buffa. Buffa buffissima. La vuole sentire?

Duse nascose il suo sconcerto dietro una maschera di cortese tranquillità. ˗ Si, per favore. Mi piacerebbe che me la raccontasse, professore.

A sentirsi chiamare così l’uomo parve accigliarsi. Con gesti secchi si issò rigido al centro della sedia, intrecciò le mani sul grembo e prese a parlare, senza cancellare il sorriso dalla faccia, la voce calma e senza accento.

˗ Iniziò di notte, come tutte le storie nere. Una notte banale, uguale a tutte le altre, dopo lunghe ore sui libri: con gli occhi al soffitto e il sonno che tarda ad arrivare, i pensieri che si accavallano come onde nel mare. ˗ Fece una breve pausa, ragionando sul punto da cui iniziare, soppensando le parole da usare. ˗ Erano mesi che lavoravo su una pubblicazione. Catoptromanzìa. Sa cos’è dottore? È l’arte di predire il futuro attraverso gli specchi. Una pratica antica e poco nota, un tema poco studiato, anche per la scarsità delle fonti, ma che trova riscontri in paesi e culture così distanti tra loro da non potersi essere influenzate a vicenda. Ha mai riflettuto su cosa sia uno specchio, dottore?

Il dottor Duse fu preso alla sprovvista dalla domanda.

˗ Uno specchio… ˗ tentò di rispondere.

˗ Ci ha mai pensato davvero, intendo dire? Pensi al mito di Narciso, alla sua maledizione. Riesce a immaginalo, chino su un torrente, incantato dalla bellezza del suo volto riflesso nell’acqua, mentre tenta di accarezzare quelle guance di porcellana?

E scoppiò a ridere, battendo le mani per quel poco che glielo concedevano le manette. Durò un attimo, poi tornò serio.

˗ Tezcatlipoca, lo specchio fumante, dio azteco della notte. Gli specchi delle Sirene. Lo specchio di Biancaneve, o quello di Alice, almeno questi ultimi li conoscerà ˗ sorrise ironico. ˗ Lei non immagina in quanti miti, in quante leggende e favole, sia presente un specchio. Non esiste altro oggetto così carico di contenuti simbolici: una porta che si apre su un altro mondo, un passaggio, il luogo in cui si manifesta il nostro doppio, la nostra ombra. E non pensi solo allo specchio come lo conosciamo oggi, ma qualsiasi superfice in grado di riflettere un’immagine. L’acqua, il vetro, il ghiaccio, il cristallo, l’oro, la lama di un pugnale, una ciotola colma di sangue. E la luna, non è anch’essa uno specchio?

Duse, in soggezione come se si trovasse ancora tra i banchi dell’università, non osò interrompere il monologo.

˗ Chi non vorrebbe conoscere il proprio futuro? Io senza dubbio. Ero affascinato dal potere divinatorio dello specchio. Avevo letto così tanto, capisce? Ma non ero mai andato fino in fondo. Fui così folle da credere di essere pronto, e quella notte di plenilunio, così calma e serena, senza una nuvola in cielo, cancellò ogni incertezza.

I testi riportano rituali differenti, figli delle diverse epoche e dei diversi popoli, ma tutti concordavano su un punto: il buio e la luce. Così sistemai a terra lo specchio, accesi una candela e mi misi a sedere. Fissai la mia immagine riflessa, affondai il mio sguardo in quello del mio doppio fino a lacrimare. Non so quanto tempo passò, ma i miei occhi si erano fatti due fessure e le palpebre pesavano come piombo quando mi sembrò che lo specchio si deformasse, collassando su se stesso, lasciando uscire dalle sue profondità una nube rossastra che riempì la stanza. Naturalmente sapevo che la luce fioca, la solitudine, il silenzio, possono provocare uno stato simile all’ipnosi; ero consapevole che le immagini che avrei potuto vedere non erano reali, ma solo una visione soggettiva alterata dalle condizioni ambientali, niente più che un parto della mia immaginazione. Ma ciò che vidi in quello specchio mi terrorizzò. Nella nebbia che offuscava i miei occhi vidi il mio volto mutare, come argilla tra le mani di uno scultore. Tornare giovane, liscio e ingenuo. Farsi vecchio e rugoso. E mi vidi qui, a questo tavolo, a raccontare la mia storia.

Incassò la testa tra le spalle e strinse le labbra fino a farle diventare bianche. Quando riprese la sua voce era più bassa, più rauca, ipnotica.

˗ Mi spaventai a morte. Spensi la candela e andai a letto, nascondendomi sotto le coperte come un bambino. Quella notte gli uccelli iniziarono a cantare. Stormi di corvi neri che intonavano cupi canti lugubri, litanie di note spaventosamente alte. La stanchezza fu la mia fortuna. Ero così stremato che mi rigirai nel letto e mi riaddormentai poco dopo, con la testa affondata nel cuscino. Ma le notti successive i loro canti continuarono, sempre più forti, così diversi dai suoni abituali della vita. Non c’era modo di farli smettere: se ne stavano appollaiati sugli alberi spogli, confusi nel buio, e cantavano, o urlavano, non so dirlo, il loro canto di lutto. Provai a scacciarli strillando con tutte le mie forze, lanciandogli contro terriccio e sassi, ma non si muovevano, sembrava non avessero paura di niente, stavano lì, neri e immobili, come in un quadro, come se la realtà non potesse sfiorarli. I vicini con cui ne parlai non mi presero sul serio. Forse anche io al loro posto avrei preso i miei discorsi per le farneticazioni di un pazzo. Finalmente mi decisi a coprire lo specchio con un panno scuro. Mi imbottii di sonniferi, lasciai le mie carte a prendere polvere sulla scrivania, cambiai i miei orari di sonno e veglia, ma quegli stridii mi si conficcavano in fondo al cervello e alla lunga l’insonnia mi strinse nel suo abbraccio allucinato. Lunghe ore a occhi spalancati a fissare il soffitto, a contare i secondi, i minuti, fino al primo timido raggio di sole. Passarono giorni, forse settimane, poi una sera, senza preavviso, gli uccelli smisero di cantare. Semplicemente se ne andarono, così come erano venuti, nel buio, concedendomi una notte di sonno quando il mio corpo era sul punto di crollare.

Sospirò e chiese da fumare portandosi le mani alla bocca. Il dottore Duse tirò fuori dalla tasca un pacchetto sgualcito e gli porse una sigaretta, ne prese una per sé e le accese entrambe. Il sole del pomeriggio illuminava un angolo del tavolo e incorniciava le volute del fumo.

˗ Continui, la prego.

Il professore tossì inalando la prima boccata e riprese il racconto.

˗ Dalla mattina successiva iniziai a sentire le loro voci. Prima sfocate, niente più che flebili bisbigli confusi nei rumori della città, poi sempre più forti, sempre più nitide. Non c’era modo di zittirle, quelle parole mi riempivano le orecchie: strisciavano fuori dalla radio, dalla televisione, trasportate dal vento facevano danzare le fronde degli alberi. Le ritrovavo nelle frasi rubate a un passante, negli annunci dei treni in stazione, in una lite domestica al di là del muro. Sempre uguali, così prive di senso da rodermi il cervello. Provai a inciderle, usando un vecchio registratore, ma fu inutile: ero il solo a poterle sentire. Erano dentro di me, si rintanavano nella mia testa. E urlavano, urlavano.

Distrussi lo specchio e lo buttai via, ma ormai era troppo tardi. Qualunque cosa avessi risvegliato adesso era libero, non c’era modo di tornare indietro. Presi a stordirmi di alcool per non sentirle: mettevo le bottiglie in fila accanto al letto e le svuotavo una dopo l’altra, glu-glu-glu, glu-glu-glu, senza gusto, sino a crollare sfinito, perso in un sonno senza sogni. Ma al risveglio erano di nuovo lì, più forti di prima. Quelle voci di pietra ruvida, voci di cocci di vetro. Strillavano come maiali sgozzati. Iiih! Iiiiih!

Al ricordo prese a urlare, a contorcersi, a graffiarsi la faccia con le unghie sporche. Duse si alzò e gli afferrò i polsi, bloccandoli nella morsa delle sue mani. Lo costrinse a calmarsi e gli restò accanto, accarezzandogli i capelli arruffati come si accarezza un gatto, fino a quando l’altro prese un lungo respiro e si afflosciò sulla sedia. Il dottore tornò al suo posto e attese che l’altro riprendesse.

˗ La mia vita collassò in fretta su sé stessa. È così facile restare indietro in questo mondo. Gli amici, i parenti, il lavoro, tutto sparì in un battito di ciglia e rimasi solo con i miei incubi e le mie bottiglie ordinate accanto al letto. Solo con la mia paura. Ha mai visto qualcuno impazzire? Letteralmente intendo. Essere risucchiato dentro le sabbie mobili di una follia lucida. Ha idea di cosa passi per la testa di un uomo che si chiede se quello che sta vivendo è reale o è solo un sogno da cui non riesce a svegliarsi? Diffidare del proprio cervello, dei propri ricordi, costringersi a non pensare a niente. È come cercare di scappare dalla propria ombra. Non lo auguro a nessuno. Fu allora che commisi l’errore da cui non si torna indietro. Non si torna indietro, non si torna indietro. Non si torna indietro. Indietro. Indietro. Indietro.

Ondeggiava la testa e si torceva i capelli. Piccole gocce di sangue stillavano dai tagli aperti sulle guance. Duse si aspettava questa pausa. Riempì un bicchiere d’acqua e glielo porse. Poi accese altre due sigarette e gliene avvicinò una alle labbra. Lo guardò aspirare a pieni polmoni.

˗ Non mangiavo da giorni, ero così annebbiato dall’alcool che quasi non riuscivo a tenere la penna tra le mani, e se la vedessi ora non sono sicuro che riuscirei a leggere la mia calligrafia, tanto tremavo. Ma trascrissi tutto. Ogni singola parola. Le inchiodai per sempre sulla carta, con l’inchiostro nero della mia stilografica. E capii. Finalmente ne afferrai il significato. Compresi il senso di quella litania mostruosa e il segreto che nascondeva. Un segreto così terribile che il solo pensarci ha reso folli uomini molto più grandi di me e resta tale perché si nasconde nella mente di chi sa, e non può uscirne attraverso le parole.

La voce dell’uomo adesso tuonava tra le pareti della stanza, con una tale potenza che Duse temette che l’esile torace si sarebbe lacerato per lo sforzo.

˗ È il segreto che riecheggia nel fondo dei mari e nel crepitìo del fuoco. Che brilla negli occhi degli animali mentre ci guardano, nella danza delle nuvole, nella geometria della neve, nelle traiettorie delle lucciole e delle mosche. Una volta decifrato il codice arcano non puoi più tornare indietro: continuerai a vederlo ovunque, a riconoscerlo nel lampeggiare delle insegne, dei fari delle macchine, nel dondolio dei vagoni, nel fruscìo della cartina attorno al tabacco; ogni suono diverrà parola e tu sarai il custode muto di un segreto più antico del primo uomo. Quella stessa notte le vidi per la prima volta.

˗ Chi? Chi vide, professore?

˗ Loro. Le ombre. ˗ Tremò mentre pronunciava quella parola, ma continuò. ˗ Una scossa elettrica salì dal pavimento al letto e la stanza mutò di forma davanti ai miei occhi arrossati, contorcendosi in un labirinto di spirali e volte. Provai a urlare, ma dalle mie labbra uscì solo un lamento soffocato. Non riuscivo muovermi, capisce? Ero paralizzato, faticavo a respirare, come se qualcuno si fosse seduto al centro del mio petto. Ombre senza volto si arrampicavano su per le pareti, con la grazia ripugnante dei ragni. Ombre viscide e mutevoli, oleose come catrame bollente, solide e sfuggenti, lunghe come la notte. Scivolavano sotto gli stipiti della finestra e si allungavano sino a raggiungere il mio letto. Mi strinsero la gola con dita di carbone. Mi costrinsero a fissare il loro sguardo senza occhi. E la mia paura cambiò forma, divenne ciò che chiamiamo terrore. Guarda i miei capelli. Sembrano fiocchi di neve. Guarda le mie mani. Non hanno smesso di tremare da allora. Ecco perché rido guardando attraverso le sbarre. Perché ora sto qui, dove non ci sono specchi, davanti a te, a raccontarti la mia storia. Ma non posso fare a meno di fissare l’ombra che proietti sul pavimento sporco. A te sembra normale, lo so, sei così sicuro di ciò che pensi di sapere. Pensi che ti appartenga, che segua ogni tuo movimento, come fa il tuo riflesso nello specchio. Solo i bambini hanno paura del buio e della propria ombra, non è così? Era solo un bambino, lo so. So quello che ho fatto. E ricordo il fiume, e lui che annaspava per tornare a galla in cerca d’aria, e come lo spingevo sotto, ancora e ancora, proprio come avevo visto nello specchio. Io ho visto il mio futuro, e so che non c’è modo di cambiarlo. Io ho sentito le loro parole, parole di sangue. Sangue fresco, sangue innocente, puro come vino nero, per nutrire la loro oscurità. Sappiamo entrambi cosa ho fatto, ma voglio che tu sappia che non avevo scelta, perché loro me l’hanno ordinato. I corvi sarebbero tornati, capisci? Sarebbero tornati per cavarmi gli occhi. E adesso puoi scavare nel mio inconscio quanto vuoi e sventolarmi sotto il naso la tua laurea, o pensi davvero che non ti abbia riconosciuto, Duse? Puoi tirare fuori tutti i fogli chiazzati che riempiono la tua borsa di pelle, chiedendomi cosa ci vedo. Io me ne starò qui, buono, a fissare le tue amate macchie di inchiostro. Ma ti avviso, per quanto mi sforzi, le ombre sono tutto ciò che riuscirò a vederci. Le ombre, e il loro segreto.

Il dottore si torse le mani e si asciugò il sudore che gli imperlava la fronte, prima di trovare il coraggio di parlare.

˗ Qual è… qual è il segreto, professore?

L’uomo allargò le labbra in un sorriso trionfale, senza staccare gli occhi dall’ombra che il sole morente disegnava alle spalle del dottore.