La cosa che cammina nel corridoio

di Paolo Logli

«Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia, affamate nude isteriche, trascinarsi per strade di negri all’alba in cerca di droga rabbiosa, hipsters dal capo d’angelo ardenti per l’antico contatto celeste con la dinamo stellata nel macchinario della notte […]. »

Allen Ginsberg 1956

Salvo, il mio compagno di stanza, sostiene che l’eroina l’ha diffusa la CIA, per sbarazzarsi dei movimenti giovanili. Dice che quelle merde l’hanno testata in Vietnam sui loro stessi soldati, hanno visto che era perfetta per togliersi dalle scatole i rompicoglioni, e voilà. Potrebbe anche essere vero, però me l’avrà raccontato almeno duecento volte.

E’ un rompipalle fissato, Salvo, ma questo passa il convento.

Così, non appena le luci del reparto si spengono, faccio scivolare la mia sedia fino al suo letto. Ci vado a rotelle perché le gambe non mi reggono più, ma lui sta peggio, inchiodato al letto da flebo e catetere.

Bei tempi, quando facevamo i sempreverdi, tiravamo tardi, inventavamo cazzate e toccavamo il culo delle infermiere.

“Ridete ridete!” ci dicevano quelle “…finchè dura…” Invece non ci è passata, la voglia di ridere. Quando arrivo al suo letto, arrancando sulle ruote, Salvo gira gli occhi verso di me:

“E’ arrivato lo stronzo.”

Ridacchia. Ed io rispondo sempre allo stesso modo:

“Allora facciamo scopa.”

Mettiamola così: fuori da questo postaccio non l’avrei mai scelto come amico, ma devo pur riempirle, queste ore interminabili e puzzolenti di patate bollite, fagiolini, bieta scondita e padelle piene, ore desertiche scandite dai prelievi. Che poi che cazzo mi bucano a fare, cosa devono cercare d’altro, sanno già cosa trovano.

…Salvo, dicevamo.

E’ che non si scelgono i compagni di stanza.

E insomma, eccomi qua.

A cinquantasette anni – quasi cinquantotto – è presto per salutare la compagnia, ma io ho vinto la Grande Lotteria del Tumore ai Polmoni con Metastasi, carramba! Negli ultimi mesi, poi, la malattia ha attaccato le ossa e da allora un cagnaccio bavoso me le rosicchia ogni notte, facendomi urlare dal dolore.

Dice il dottore che la situazione è stazionaria, il che vuol dire che non sa quando inizierò a precipitare.

Ma che precipiterò, su questo nessuno ha dubbi.

Neppure io, che mi godo sconcertato l’anestesia che cala sul cuore assieme alla certezza. E’ così, la Grande Lotteria. Non è previsto che si possa rinunciare al premio.

Ed è una sensazione strana guardare il calendario dell’anno prossimo e sapere che non ti riguarda, ma che dovrei fare? Urlare? Piangere? Imprecare?

Cerco perlomeno di occupare le poche ore che mi restano (me lo dovevano dire prima, come cazzo andava a finire), condividendo con qualcuno le cose belle della vita, quelle di prima, quelle che rimpiango, per il poco che conta, a questo punto.

Anche se non serve a niente.

 

 

Serve invece. Serve a condividere l’orrore di quelle lunghe dita che vanno da un muro all’altro…

 

 

Se non altro, Salvo ha un’opinione sulle cose, il che non è poco, di questi tempi, anche fuori da qui. Poco importa se non è quasi mai la stessa che ho io.

Lui è radicale pacifista, io movimentista.

Negli anni ‘70 è stato in India a meditare in un monastero indù, e ha fissato a lungo la radice del suo naso dicendo Ommmmm.

In vecchiaia è diventato vegano.

Io invece – prima dei trigliceridi – avevo la passione per le grigliate, adoravo le costolette di agnello, sugose e croccanti, e finchè le gambe m’hanno retto passavo le mie estati a Cuba. Non a fare il turista sessuale, eh. Andavo là per riempirmi gli occhi di comunismo realizzato.

Facevo lunghe passeggiate su quel mare caraibico che non puzzava di idrocarburi e olio solare, e pensavo che probabilmente quello era l’odore vero del mare. Corruttori, sono. Si mangiano tutto, il mare, il sapore dei cibi, i rapporti umani, il senso della vita. Il mondo è nelle mani dei corruttori.

…poi non ci sono andato più, a Cuba. La salute non me lo permetteva, ma ho ancora un sacco di amici, tra i compagni che stanno all’Avana.

Mi piacerebbe avere loro notizie, ma come si fa?

In realtà mi piacerebbe avere notizie sul mondo in generale, ma il televisore in camera è bloccato su Canale 5, e poi alle dieci spengono tutto e ti saluto.

Resta soltanto il riflesso lattiginoso della luce notturna, e l’attesa paziente dell’alba, appostata laggiù in fondo, puzzolente di orzo riscaldato.

E allora va bene anche Salvo, non so se mi spiego.

Anche se lui sta coi Beatles e io invece coi Rolling Stones.

La verità vera è che ci facciamo compagnia aspettando la nostra esecuzione. Anche se non abbiamo commesso nessun reato, a parte essere piovuti al mondo nella segale, qualche tempo fa.

Insieme attraversiamo la notte scansando catarri e scoregge, cigolii e frasi smozzicate, chiacchierando di tutt’un po’, sottovoce, per non farci sentire dagli infermieri.

Spingo la mia sedia a fianco al suo letto e parliamo, certe volte, fino a che non arriva l’alba, tanto col cagnaccio che ti rosicchia le ossa non c’è verso di dormire.

Parliamo della comune di San Francisco, di Italia Germania 1982, dell’autoscioglimento dell’autonomia a Modena nel ’77, con annessa canzone di Venditti, ci interroghiamo seriamente se i Genesis erano meglio prima o dopo Peter Gabriel.

Io dico prima, lui invece ha dei dubbi.

Abbiamo opinioni diverse anche sulla scelta militare e sulla decisione di parte del Movimento Studentesco di passare alla lotta armata.

Su Yoko Ono invece siamo d’accordo, è stata la rovina dei Beatles.

Ma quello è facile.

Ci uniscono e ci dividono buone cose di pessimo gusto, e per lo meno la notte passa.

 

 

E poi abbiamo un segreto da condividere. Anche se di quello non ne parliamo mai.

 

 

Si snodano così, da mesi, notti opprimenti come novene, rischiarate dal chiarore malva delle luci di emergenza, interrotte da piagnucolii improvvisi di qualcuno che ha capito solo in quel momento che il dolore fisico è soltanto l’inizio.

Oppure ha sentito anche lui quel rumore di unghie che incidono le pareti del corridoio centrale, come la punta di una forbice su una lastra di marmo.

 

 

…un cigolio sottile fruga nella spina dorsale e ti perfora il midollo come un ago da prelievo. Un rumore estraneo attraversa il reparto e sparisce dall’altra parte, dove c’è il montacarichi degli infermieri…

 

 

Chissà, magari lo sentono tutti, ma nessuno lo dice.

Magari ognuno crede di essere l’unico a sentirlo.

Certe volte mi pare di scoprire negli occhi degli altri che lo sanno anche loro. Certe volte invece mi dico che è soltanto il mio modo per spartire il fardello.

Certe altre preferisco essere l’unico a sapere.

L’unico oltre a Salvo, ovvio. Questo mi fa sentire importante.

Oltre che in colpa, si capisce. Ma quella è un’altra storia.

A volte passano settimane, poi eccola di nuovo, la cosa che cammina nel corridoio, per due notti di seguito, preceduta da un fiato gelido che cala come una ragnatela ghiacciata e avvolge tutto. Arriva così, senza un senso.

Come se tutto il resto l’avesse.

A volte attraversa in fretta il reparto e va via, come se fosse in ritardo ad un altro appuntamento.

A volte si ferma, ondeggiando come una lanterna ad olio sulla porta di una stanza qualsiasi.

Sta lì, con la testa inclinata da una parte, tendendo l’orecchio verso qualcosa che sente solo lei (o lui, che ne so), assorta, finchè non si incammina, apparentemente senza che nulla sia cambiato, strascicando i piedi.

“L’hai vista anche tu?”

Bisbiglio, appena trovo il coraggio di parlare.

Salvo incassa la testa nelle spalle e fa segno di no.

Immobili, nella puzza della nostra paura, rabbrividendo per quell’inverno innaturale che ha congelato la stanza, ci chiediamo ogni volta se è venuta a prendere uno di noi.

Invece, non c’è logica.

A volte qualcuno se n’è andato, a volte no. Le spiegazioni, anche le più fantasiose, non funzionano.

Non funzionano mai.

 

 

DEGENZA PRE-TERMINALE, c’è scritto all’entrata di questo posto, e quel “pre” è un capolavoro di ipocrisia.

Ma “pre” cosa, scusami. O uno è terminale o non lo è. E se lo sta diventando, comunque non ha speranze.

E allora che significa “pre”. Chi vuoi tranquillizzare, fammi capire. Lo sappiamo tutti: qui dentro vengono quelli che hanno esaurito le illusioni.

Sedici stanze da due letti, degenza media tre mesi, e poi Eterno riposo dona a loro Signore. Il che vuol dire che io e Salvo siamo dei miracolati, visto che stiamo quasi per scavallare l’anno.

Il reparto è tagliato a metà da un lungo corridoio piastrellato di grigio e sangue di bue, muri azzurri scrostati su cui certe volte la ruggine disegna gigli d’acqua e animali staordinari dalle mille chele, soprattutto quando la notte è greve e ti devono aiutare a dormire – altro che l’eroina della Cia.

Nelle nicchie lungo le pareti sono appostate Madonne trafitte di lumini e incoronate di fiori di plastica, e sotto i soffitti a volta stagna denso l’odore della gente che viene qui a morire.

Siamo come liceali che fanno il gioco della sedia, e alla fine del lento c’è sempre qualcuno che gli tocca rimanere in piedi.

Partiamo da qui, e tutto diventa evidente: è assolutamente inutile cercare spiegazioni, pretendere una ragionevolezza che giustifichi lo spasmo sordo che ti scuote se il cagnaccio ti azzanna le ossa nel cuor della notte: inutile chiederti perché il Grande Spirito, se c’è, ed è nascosto da qualche parte – e se lo ha fatto è di certo per la vergogna – permetta che accada tutto questo.

E poi non lo so se serve, implorare un lampo di verità che dia una risposta per alla sofferenza.

Che regali una spiegazione, per dirne una grossa.

Che redima il dolore, vogliamo proprio strafare?

Che gli restituisca un senso, ma quale senso cazzo! Quale?

Chiedere un senso della sofferenza sarebbe come barare al solitario.

La sofferenza c’è, punto. Come c’è la Patagonia, la formula risolutiva delle equazioni di secondo grado, e il succo di pomodoro nel Bloody Mary.

Ah, non abbiamo ancora parlato dei polmoni che bruciano, e della tosse che ti fa piegare in due.

Il dolore è una palla di spine annodata sotto lo sterno, e le notti qui dentro si allargano come un cono gelato sciolto sul tappeto, lente e appiccicose, attendendo l’alba, e il rumore svogliato del nuovo turno.

 

 

Tutto torna normale, nessun graffio sui muri, e quella cosa non è mai esistita…

 

 

Ecco, qui si pone una domanda interessante. E’ meglio sapere o no? E’ meglio una pietosa bugia o una verità dai bordi taglienti?

Non parlo della nostra umana condizione, quella figurarsi.

Parlo di quella presenza – quella di cui, in definitiva, siamo qui a raccontare – la cosa che attraversa il corridoio dopo le tre del mattino, spezzandosi le unghie contro i muri e trascinando i piedi – ha di certo suole di gomma che squittiscono sulle piastrelle lasciandomi lì, accoccolato nel mio letto come un bambino con le coperte tirate sulla faccia, a tendere l’orecchio per capire dove si stia fermando…

 

 

Eccola, stupido, è proprio davanti alla tua porta adesso, è qui per prendere te!

 

 

Non era meglio non sapere che esiste?

Non era meglio non accorgersene?

Ignorare serenamente la sua esistenza?

Non era meglio evitare di chiedersi che ci fa lei nel corridoio, perché raschia i muri, perché cala nel reparto quel freddo estraneo che accappona la pelle, troppi perché, a cosa servono i perché, in definitiva, chi li ha inventati?

Non sarebbe meglio, in quel momento nel cuore della notte, esausto per il dolore o per i troppi pensieri che navigano nella testa, sprofondare nel nulla e dormire?

Le domande, sono loro che mi fregano, come sempre.

E già che ci siamo, ce ne sarebbe un’altra, di domanda: Lei, che viene a fare?

Passa, incide i muri con le unghie, sospira strascicando i piedi come gli costasse una fatica mortale… arriva al montacarichi e se ne va.

Certe mattine, mentre le infermiere rifanno le stanze, vado a controllare i muri, dove più o meno dovrebbe avere raschiato, cerco incisioni, pezzi di unghie, brandelli di pelle o gocce di sangue… nulla.

Solo quell’orribile smalto azzurrino sbiadito, neanche un minimo segno del suo passaggio, e non so se sia più agghiacciante la prova o la sua assenza.

Mi brucia nello stomaco, quelle volte, una furia smisurata. La rabbia di non capire. La frustrazione di abitare un universo dalle regole complesse, che – evidentemente – non sono state pensate per me, regole di cui mi sfugge il senso.

Assieme al senso del dolore. E della morte, già che ci siamo.

Mi vado a buttare sul letto, guardo il soffitto. Penso che c’è il cielo, sciorinato là sopra. E che io non lo vedo da un sacco di tempo.

 

 

Da quella volta.

 

 

Certi degenti, per dire, si perdono nel nulla senza neanche accorgersi che sta succedendo.

E non è meglio così?

Per esempio quelli a cui il cancro ha attaccato il cervello.

Iniziano a dimenticare prima gli altri, poi se stessi. La loro vita precedente diventa un’ombra di caffè sciolto nel latte. Svaniscono i visi, le voci, i corpi, le persone care, le cose preferite, quelle odiate, tutto sfocato, niente che significhi più nulla.

Nulla da rimpiangere. Nulla da cui separarsi.

Non è preferibile andarsene così, invece che arrovellarsi in domande senza risposta?

Un tumore al cervello non è meglio di questa vertigine del nulla?

Ci sono i mal di testa da sopportare, certamente. Dicono siano atroci.

Quelli col tumore al cervello li vedi certe volte battere la testa contro il muro cercando se non altro di sostituire il mal di testa con un dolore diverso… ma il dolore in un modo o nell’altro lo sperimentiamo tutti.

Almeno per loro, prima o poi, arriva la dimenticanza di sé.

Non sarebbe meglio, un po’ di smidollata rassegnazione, invece della rabbia?

Quanto sarebbe preferibile il distacco, all’impellenza di capire?

Ma ormai è fatta.

E almeno per quanto riguarda la cosa che cammina nel corridoio, potevo tranquillamente lasciare questa valle di lacrime senza sapere che esiste, e di questo non posso dare la colpa a nessun altro che a me stesso. E a Salvo.

 

 

In fondo, ce la siamo andata a cercare.

E tutto per l’assurda pretesa che qualcosa o qualcuno potessero, o volessero, spiegarci e rivelarci il futuro.

Ma quale futuro, poi. Io e Salvo non ce l’abbiamo, un futuro.

 

 

“L’hai vista di nuovo?”

Mi chiede chiede certe notti, con gli occhi nel buio del soffitto, come continuando un discorso lasciato in sospeso. Poi volta lo sguardo verso la parete, per paura di guardarmi in viso mentre rispondo.

“Lo sai che non l’ho mai vista bene.”

“Va beh, sentita.”

E piano piano torna a cercare il mio sguardo.

“Se lo sai, perché continui a chiedere?”

Gli dico, quasi infastidito, e lui fa spallucce.

“Magari ha deciso che non viene più.”

 

 

Quella cosa mi terrorizza.

Il rumore che fa con le unghie è lo stesso che faceva il cancello della scuola elementare prima che il bidello gli desse l’olio, o la carrucola dei muratori che rifacevano l’intonaco nella casa dei nonni, la casa antica. Il frullino a mano per sbattere le uova la domenica mattina. O la circolare destra che frena sotto le finestre una notte d’estate. Gli ammortizzatori della mia due cavalli, nell’estate del ‘79. L’inconfondibile suono dei denti che scricchiolano, e anche se ci passi sopra la lingua, ormai è successo.

Subito dopo, l’aria diventa gelata.

Non è come il gelo di una finestra aperta a Dicembre, quello è un freddo vivo, che odora di neve e muschio, di vento che passa sopra i canneti.

No, improvvisamente corridoio e stanze diventano freddi e immobili come fossero foderati di marmo, sigillati da tempi immemorabili.

Come le cripte, dice una voce in fondo alla testa, e mi sa che ha ragione lei.

Si allarga per la stanza un soffio di aria morta, stagnante, aria che non ha mai soffiato tra i rami di un albero, non ha mai increspato il pelo del mare, non ha mai mosso i capelli di una donna.

Aria che non è di questo mondo.

Aria di altrove, puzzolente di stantio e di abbandonato.

Un’indefinibile odore estraneo che mi corre sulla pelle come il filo di un rasoio.

Una notte qualsiasi, senza qualcosa che assomigli ad un motivo, mentre mi arrotolo nel lenzuolo cercando inutilmente di dormire, di colpo la stanza intorno a me è un frigorifero, e le vivande che contiene sono andate a male.

Il primo pensiero è – invariabilmente – se stavolta quella cosa è venuta per me, quella presenza orribile che cammina lungo il corridoio con passo strascicato, come indossasse scarpe di pezza con la cerniera, o come se camminare, oltre che vivere, gli costasse fatica.

Sto pietrificato nel mio letto e lo ascolto avanzare. Scorre le unghie sulle pareti, contemporaneamente su tutte e due, e non esistono braccia abbastanza lunghe per fare una cosa del genere. Il suo respiro è uno stantuffo bucato.

“La senti?”

Bisbiglio a Santo, ma lui scuote la testa in fretta, e la affonda nel cuscino.

Mi alzo, mi calo sulla sedia a rotelle, e piano, pianissimo, più silenzioso che posso, mi avvicino alla porta.

La carezza polare è il soffio del suo fiato, lo so, posso distintamente immaginare il fiori che appassiscono al suo passaggio nel vasetto davanti alla statua della Madonna, mentre la brina mi si appiccica alla pelle del viso come uno strofinaccio gelido.

Il cuore mi bussa all’orecchio, la maglietta si incolla alla schiena, eppure non riesco ad affacciarmi nel corridoio…

E quando il rumore svanisce, protendo la testa.

Ma non c’è più nulla là fuori.

Niente di niente, c’è, solo il suono della mia paura.

Lo dicono gli occhi, ma il freddo, quel freddo, è lì a insistere che si sbagliano: la cosa che cammina nel corridoio è appena passata, inclinando la testa verso un rumore che è capace di sentire solo lei… si è affacciata a guardare nelle stanze…

 

 

Tranne la mia, stavolta che l’aspettavo.

 

 

Torno a letto tremando, impotente di fronte al nulla.

Respiro, ho la rovente consapevolezza del buco che il cancro ha scavato al centro del polmone sinistro, e delle mille ragnatele che si allargano in tutte le direzioni attraverso il mio corpo, per avvolgermi nel loro bozzolo mortale.

Tento di dormire, domandandomi se quella notte…

 

 

…quella che ha cominciato tutto…

 

 

…non sarebbe stato meglio tentare di dormire, come ogni altra notte.

Senza riuscirci, magari, guardando il soffitto, ascoltando il rimbombo del nulla.

La notte è vastissima, di notte.

Una prateria crepata dalle nostre inutili angosce, una distesa brulla percorsa da cespugli bruciati, spinti da un vento secco e lontano.

O forse sono soltanto le blatte che corrono sul pavimento.

Siamo qui, appesi al capriccio di un’ischemia o di un blocco renale, o al giorno in cui la bestia finirà di mangiarci il midollo, e ci sgonfieremo definitivamente, come un Barbapapà bucato.

Non serve a nulla cercare di interpretare il suono del tempo che scappa via sibilando, come aria da un buco di sigaretta, lo stesso buco che il cancro ti ha scavato al centro del petto.

E un attimo dopo, è di nuovo mattina.

Forse tutto si spiega con l’angoscia, lo sgomento, il mal di vivere.

Ma potrebbe essere di no, magari c’è un’altra spiegazione.

C’è sempre un’altra spiegazione.

Quella notte – quella che ha cambiato tutto, magari non ci fosse mai stata – né io né Salvo l’avevamo cercata.

E’ solo che, improvvisamente, ci era sembrato di avere di nuovo diciott’anni, di poterci appoggiare al davanzale ed affacciarci dritti dritti sulla Summer of Love del ’67, colonna sonora compresa.

 

 

All the leaves are brown (all the leaves are brown)
And the sky is grey (and the sky is grey)…

 

 

Che poi nel ‘67 avevo sette anni, ma che importa, è il simbolo che conta.

Quella notte, alla faccia delle flebo e dei capelli che perdevamo a mazzi sul cuscino per via della chemio, ci sembrava di nuovo che davvero stesse per arrivare l’era dell’Acquario.

Non si dovrebbe mai pensare cose del genere, poi succedono brutte cose.

Ma in quel caso, come sempre, c’era un’altra spiegazione: Salvo aveva convinto un amico a portargli un tocco di pakistano nero.

“Tanto non posso rovinarmi la salute peggio di così.”

Era stato un argomento decisivo.

Avevo rollato io, ai miei tempi ero primatista mondiale. Riuscivo a rollare due joint contemporaneamente, uno per mano.

Ci eravamo messi alla finestra per fare uscire il fumo, sennò vaglielo a spiegare ai dottori, che ci eravamo fatti una canna in corsia.

Mica per noi, che poteva succederci peggio di un tumore?

Era l’amico di Salvo che avrebbe potuto passare i guai.

Avevo accostato il letto alla finestra e stavamo con la schiena appoggiata al davanzale, affacciati sul parcheggio deserto. Buttavamo la testa all’indietro, per sputare il fumo fuori, nell’aria fresca della notte.

C’era una brezza dolce, che portava l’odore di tigli e asfalto rovente.

E già che c’eravamo guardavamo le stelle, lassù in cima, che belle son belle, per dire.

Era uguale-uguale a quando si faceva il falò sulla spiaggia tanti secoli prima: fumo, ragazze, chitarra, e voglia di vivere. Beh, quasi uguale, ma se si escludono ragazze e chitarra, c’era proprio tutto.

Tempo zero e Salvo incomincia con la storia che la luce che vediamo qui adesso ha brillato milioni di anni fa, solo che ci ha messo un po’ ad arrivare fin da noi.

Discorsi da accannati, li avevo fatti anch’io certe volte, col pakistano che faceva gli autoscontri dentro la testa.

Va detto a mia discolpa che avevo vent’anni, quelle volte lì.

E non avevo ancora un cancro allo stadio terminale.

 

 

Certe mattine gli infermieri arrivano, contriti come cani in chiesa, bisbigliano e sollevano le quattro cocche di un lenzuolo col morto dentro – uno qualunque, tanto toccherà a tutti, prima o poi – lo chiudono in un fagottino da picnic e se lo portano via.

Lavorano in silenzio, come ladri nella notte, non si capisce perchè.

Pascolano sull’erba della nostra illusione con lo stesso occhio placido di buoi alla pastura, e come i buoi scuotono la testona addolorati ed impotenti – fratelli, è così che funziona, nessuno può farci nulla… – e noi cerchiamo di ignorarlo, quello sguardo, ci aggrovigliamo nella speranza che un giorno inventino una cosa che te la inietti e fa sparire il dolore, o addirittura polverizza la malattia e ti regala decenni di vita migliore di quella di prima, magari ti fa riprendere a vivere, sempre, per sempre e per sempre. Sarebbe un miracolo.

Oppure fa sparire il mondo, i sogni e tutto il resto, che va bene anche così.

Però c’è già, quel miracolo.

L’hanno già inventato, si chiama eroina.

L’ha sperimentata la Cia sui Marines in Vietnam, non ti ricordi? Pare che funzionasse così bene che hanno deciso di regalarla agli studenti di mezzo mondo.

Il fatto è che ci se ne va da soli, credetemi.

A metà di un colpo di catarro o a conclusione di un lamento. A metà di una frase, in uno sbuffo di vapore nell’aria fredda, imprecando, bestemmiando. Certe volte in un urlo, certe volte in un sospiro.

Oppure pregando, capita anche questo.

Ma succede sempre in un modo troppo dolorosamente normale per alimentare illusioni.

Quella volta lì, col pakistano che ci incideva murales sulle pareti del cervello, come giri di scale armoniche ascendenti, ci è venuto in mente che potevamo studiare le costellazioni e magari distillarne una risposta qualsiasi, una a caso, ci si accontenta di poco alle volte.

Salvo sproloquiava che potevamo fare come gli stregoni Apache, un boccone di carne degli dei è sufficiente per incontrare Manitù e farsi spiegare come va il mondo e perchè.

“Mi stai dicendo che potremmo prendere per la barba il vecchio cazzone e digli: – questo incubo l’hai creato tu, tira fuori una spiegazione, e che sia convincente?- “

“In modo meno colorito… però sì. Intendevo una cosa del genere. Una specie di vaticinio.”

Quanto parlava, Salvo, quella notte.

Il suo amico doveva averci dato roba buona.

Ho guardato il cielo perplesso, avevo i pensieri annebbiati, forse il fumo, forse stare con la testa ribaltata all’indietro faceva girare tutto e mi dava anche un po’ di nausea.

“Sarà.”

Ho detto, soffiando una nuvoletta bianca verso le stelle e divertendomi a seguirla. Aveva la forma di un coniglio bianco con le orecchie lunghe.

“Le civiltà antiche ne erano certe. Le droghe aiutano ad entrare in contatto con gli dei, perché allargano la capacità di capire.”

“Se è per questo, lo pensava anche Jim Morrison.”

“Io dico che per avere un segno dal cielo, basta chiederlo con convinzione.”

Aveva sentenziato Salvo e stavolta mi aveva quasi convinto. Ma forse, lo ripeto, era colpa del pakistano nero.

“Chiederlo a chi?”

Lui aveva fatto spallucce.

“Chiederlo.”

Ci avevo pensato su: mi stava bene.

“D’accordo. Mettiamo che uno voglia chiedere un segno…”

“Oppure un messaggero. Sai come si dice messaggero in greco? Angelo.”

Forse l’amico di Salvo avrebbe potuto portarcene ancora, di quella roba, prima che… beh, mi sono spiegato. Prima di dissolverci nel nulla.

“O un messaggero.” Ripetei un po’ infastidito. “Cosa si dovrebbe fare? Intonare qualche canto sciamanico? O può bastare ‘Ghost dance’?”

“Non mi piace Patty Smith.”

“Quindi?”

“Proviamo a pensare intensamente al nostro desiderio.”

“Non è un po’ generico?”

“Quel che conta è la purezza del cuore.”

“Ah, ecco.”

Mi stavo divertendo, come facevamo da ragazzini, quando a quell’altro il fumo gli era calato male.

Salvo era proprio andato sotto, e io me la godevo a sentirlo sragionare.

 

 

Ma non ho mai pensato neanche per un attimo che stessimo facendo sul serio.

 

 

Sta qui la fregatura, certe volte: tu non stai facendo sul serio, ma la vita, e il destino, non lo sanno.

Quella volta ho dato un tiro bello forte alla canna, e le braci si sono incendiate, illuminando di rosso la notte.

Va beh, diciamo che così mi è sembrato. Salvo sorrideva scheletrico, in quel riverbero vermiglio.

“Mettiamo che si possa ottenere risposta da questo… messaggero, cosa gli chiediamo?”

Lui s’è stretto nelle spalle, in quel suo gesto inconfondibile.

“Due nelle nostre condizioni, qualcosa da chiedere lo trovano.”

Gli ho passato la canna, lui ha tirato l’ultima volta prima di lanciare il mozzicone nel buio e siamo rimasti lì in silenzio a guardare la lucina incandescente precipitare come una stella cadente, fino a che non si è sparpagliata contro l’asfalto del parcheggio in una fontana di scintille.

Solo allora ho parlato.

“Va bene, facciamola finita. Invochiamo questo Angelo, e andiamocene a dormire.”

Il bello è che Salvo mi ha preso sul serio, senza neanche pensarci su.

Ci siamo messi lì, con gli occhi chiusi e le labbra serrate, e abbiamo desiderato con tutto noi stessi che arrivasse qualcuno a spiegarci come era successo che un attimo fa avevamo vent’anni, e i negozi di dischi pieni di musica buona, e un attimo dopo eravamo in quella corsia puzzolente ad aspettare che il bastardo che ci rosicchiava dentro facesse inceppare un meccanismo, uno qualunque, e buonanotte Bettina.

“Fatto.”

Ho detto ad un certo punto, perché mi sembrava che star lì con gli occhi strizzati e la bocca a culo di gallina ad invocare qualcuno che non c’era facesse pure un po’ ridere.

Salvo ha aperto gli occhi.

“Desiderato?”

“Desiderato.”

“E che hai desiderato?”

“Non si dice.”

“Almeno se hai desiderato quello che ho desiderato io.”

“Mi sa di sì.”

Esattamente in quel momento, abbiamo sentito per la prima volta quel rumore.

Rumore di unghie sull’intonaco, che strappano dal muro un lamento acuto, disperato.

Rumore di piedi strascicati sul pavimento a losanghe, e quell’orrida suola di gomma che stride sulle piastrelle esagonali.

Rumore di una cosa che cammina nel corridoio.

Non serviva che qualcuno ti dicesse: guarda che quel rumore è male.

Era orribile non appena ti toccava i timpani, ti colava sul cuore e lo incollava col catrame. Te lo strizzava fino a che non era piccolo così, che faticava a battere. E rendeva difficile, singhiozzante, perfino respirare.

Io e Salvo ci siamo guardati e avevamo tutti e due gli occhi enormi, e lo stomaco infilato nel piloro.

“Cos’è?”

“E che cazzo ne so.”

Avrei voluto gridargli, alla cosa che scorticava l’intonaco, che stavamo scherzando, che non avevamo proprio nessuna domanda da porre a Dio, che, si pongono delle domande a Dio? Tra l’altro, avrei voluto dirgli, attualmente nutrivo pure qualche fondato dubbio sulla sua esistenza, dunque che cazzo potevo chiedere, ad un Dio che forse non c’è?

Per come la vedevo io, poteva crearlo come meglio gli aggradava, l’Universo.

Anche ingiusto e spietato, perché no, d’altra parte era Lui il padrone, e uno capace di mandare giù cose che attraversano il corridoio stascicando i piedi in quel modo, aveva tutto il diritto di fare come cazzo gli pare.

“Che si fa?”

Aveva balbettato Salvo, spalancandomi in viso due occhi sbarrati mentre quella cosa continuava a camminare, ed ansimare, e graffiare i muri, e potevo sentire distintamente il rumore delle sue unghie che si spezzavano…

“Si aspetta che vada via.”

Non avevo trovato di meglio da rispondere.

Da allora, ogni volta che il gelo cala nella stanza, comincio a ripetere tra i denti, come un mantra, come una giaculatoria, come stazioni di un rosario: non è stata colpa mia, non è stata colpa mia, non è stata colpa mia.

Salvo invece si tira il cuscino sulla testa e cerca di dormire. O fa finta.

Cerchiamo di capirci: non ho la minima idea di cosa conduca qui quell’essere, non so nulla di lui. Non so cosa vuole, se vuole qualcosa. Non sono neanche del tutto sicuro di averlo chiamato io.

Beh, no. Su questo ho un dubbio piuttosto ragionevole.

Non so niente, se non che la sua camminata si snoda abulicamente attraverso il corridoio, e le sue braccia impossibili si protendono a toccare contemporaneamente tutte e due le pareti, le sue unghie si scheggiano sullo smalto azzurro e mi scavano un solco nell’anima, e io mi sento morire.

Ecco sì. Forse sono solo le prove generali di quello che sta per capitarmi comunque.

Forse è solo questo.

 

 

Perché ormai manca poco, questo lo so.

 

 

Poi stanotte, improvvisamente, ho capito che non ci volevo stare.

E se invece quella cosa che arranca nel corridoio fosse venuta a dirmi qualcosa di importante?

Perché non vincere la paura e guardarla in faccia?

Male non può farmi.

Comunque non di più di quello che già mi sta facendo la vita.

Volevo crederci, tanto ho creduto di tutto, in vita mia.

Ho pensato perfino che il mondo potesse a-cambiare. Addirittura che potessimo cambiare noi, e diventare persone migliori.

Mi sono alzato in piedi, abbandonando la sedia a rotelle a fianco al letto: per quel che avevo da fare non mi servivano alibi. Sono andato a scuotere Salvo.

“Basta, io vado a pigliarla.”

Gli ho detto, ed ero sicuro che mi avrebbe sparato in faccia un vaffanculo.

Invece ci sono dei momenti che uno sa che è il momento.

“Ma sì. Facciamogli vedere chi siamo, a quella stronza.”

Si è alzato a sedere con un’energia che non gli vedevo addosso da mesi, si è tirato via il catetere con due mani: mugolava di dolore, ma ha continuato fino a che non l’ha strappato via, e stava per fare lo stesso con gli aghi delle flebo.

“Aspetta, l’asta delle flebo ha le rotelle. Puoi portartele dietro.”

Gli ho detto, aiutandolo ad alzarsi.

“Giusto”

Tra l’altro, all’asta si poteva anche appoggiare.

Il piano era semplice. Io raggiungevo il montacarichi, e aspettavo la cosa là. Intanto Santo faceva il giro dal terrazzo, per rientrare nell’ultima stanza in fondo ed uscire alle sue spalle chiudendogli la via di fuga.

Speravo che non inciampasse, o lo avrebbero trovato domattina, con una gamba rotta, bene che andava, sdraiato a fianco alla ringhiera, il sangue coagulato sulle braccia e i cannelli delle flebo a penzoloni.

“Pronto?”

“Pronto.”

Eccoci lì, i due giustizieri della notte pre-terminali.

Santo si reggeva all’asta delle flebo e mi ha guardato con un sorriso incerto.

“Che ci frega. Al massimo ci giochiamo una decina di giorni di vita.”

“Vita di merda, poi.”

Ho detto io, e ci siamo abbracciati.

“Forever young.”

Ho aggiunto, e mi sono sentito immediatamente un coglione.

Poi ci siamo separati.

Mentre raggiungevo la porta della camera, sull’intero reparto è calato quel silenzio che santifica i momenti decisivi, un silenzio denso, come polvere sugli scaffali di una biblioteca.

Neanche un rumore, un russare lontano, un gemito, un sospiro.

Solo l’ossessivo suono che producevano le sue unghie graffiando i muri.

Sono uscito, mentre mi esplodeva nel midollo un dolore lancinante, spietato. Il cagnaccio che mi rosicchia le ossa aveva deciso di svegliarsi esattamente in quel momento, e non poteva essere un caso.

Cercando di non pensarci mi sono diretto al montacarichi.

Che si lasciasse vedere, quella cosa, che non si lasciasse vedere, da lì doveva passare.

Mi trascinavo incespicando verso la porta di metallo grigio, e ora le fitte alle ossa mi arrivavano allo stomaco.

Ma quella cosa stava arrivando alle mie spalle, non avevo dubbi.

 

 

Eccola stavolta ti prende davvero!

 

 

Sentivo distintamente sulla nuca il soffio del suo respiro, puzzava di sacrestia e frigorifero da obitorio, ed ora potevo sentire qualcos’altro di appena percettibile, che nascosto dietro la porta della mia stanza non ero mai stato capace di cogliere.

Quella figlia di puttana digrignava i denti, e cantava, con un filo di voce.

Cantava qualcosa che non avrei saputo dire, ma che era contemporaneamente tante altre cose piovute da un po’ tutti i tempi che sommati fanno una vita, e mi è parso di riconoscerle una per una, e anche tutte insieme, alcune profondamente incise nel cuore, altre che spalancavano per un istante ricordi, e liberavano una malinconia struggente a cui non c’è rimedio, poi si richiudevano, come fiori notturni…

Cantava – quella cosa senza nome – qualcosa che non sapevo distinguere, ma così profondamente mia, che ho iniziato a piangere. Le lacrime mi rotolavano ai lati degli occhi e si ghiacciavano sulle guance, in quel freddo estraneo ed ostile, e quel ghiaccio mi spaccava la pelle.

Continuavo a piangere e il sale delle lacrime bruciava sulle ferite che si erano aperte sul viso, era come se mi fosse franata addosso la nostalgia per tutte le cose che avrebbero potuto essere, tutte contemporaneamente.

E che non erano state, ma non sarebbero state comunque, cancro o no.

E io continuavo a singhiozzare per ciascuna di quelle cose, come se piangere potesse ridarmele.

Ci sarei morto, sotterrato da quelle lacrime, l’avevo capito.

Dovevo voltarmi e guardarla in faccia, non avevo scelta.

Salvo ancora non era arrivato, forse era caduto, non era il momento di pensarci: non c’era nulla, oltre me e quella presenza alle mie spalle e il suo salmodiare incomprensibile.

 

 

Mi sono voltato.

Adesso eravamo noi due, soli, su un altopiano al principio del tempo, molto prima del mondo.

Io, e la cosa che cammina nel corridoio.

Mi è sembrato che ci volessero secoli, prima di voltarmi completamente e vederla in viso. Ho potuto ascoltare distintamente le costellazioni che franavano oltre la linea dell’orizzonte, mentre mi stavo voltando.

Fuggivano, sopra la nostra testa, gorghi neri e violacei di nuvole basse, percorse da fulmini verdi, come vene immonde.

Ed io cercavo, pateticamente, di precedere il mio movimento con gli occhi, per vederla prima possibile, ma non c’era un prima, esattamente come non c’era un dopo.

Ero lì, prigioniero di un lunghissimo, estenuante, interminabile durante.

E durante quel durante, ero assolutamente consapevole che mentre mi voltavo lei stava avanzando verso di me, col passo lento e strascicato di chi non ha fretta, perché lei ha tutto il tempo dell’Universo per arrivarmi addosso e annullarmi, e forse, per lei, non era neanche una cosa importante.

Avanzava lenta, come una profezia, un presagio, o una sentenza.

Continuava a cantare con voce stridula e sgraziata, e in quel canto continuavo ad ascoltare uno per uno quei momenti in cui non ero riuscito ad essere quel che avrei voluto, ed tutti quelli, molti di più, in cui ero stato quel che non volevo.

Mi giravo, continuavo a girarmi, ma quel gesto non finiva mai.

Era come se un immenso metronomo avesse iniziato a scandire il tempo coi suoi tic tac, e negli intervalli tra il tic e il tac si spalancavano dei pozzi di silenzio, profondi ed eterni.

E la cosa si avvicinava.

Avrebbe potuto farmi a pezzi, spegnermi il cuore, e in quel momento mi è sembrata perfino una cosa accettabile.

Era alle mie spalle adesso, ne ero certo, un attimo e avrebbe staccato le mani dalle pareti del corridoio per protenderle verso di me, e afferrarmi.

Ma non potevo fare null’altro che continuare a voltarmi, e ogni attimo che si susseguiva era un attimo prima di quell’attimo in cui finalmente l’avrei vista in volto.

Ma quell’attimo prima dell’attimo decisivo, oramai lo sapevo, l’avevo capito, poteva durare per sempre, e imprigionarmi come un insetto nell’ambra. Congelarmi nel soffio del suo fiato, come un corpo pietrificato nella lava di Pompei.

E allora, pregare mi è parsa una sconfitta onorevole.

“Per favore, lasciati vedere.”

Sono riuscito a mormorare.

Lo so, è un po’ poco, ma è quel che mi è venuto.

Improvvisamente, la cosa ha smesso di cantare, ed io l’ho ringraziata a filo di labbra almeno per quello.

“Mi basterebbe un particolare, qualcosa che mi aiuti a capire, perché sai, noi qui non ci stiamo capendo molto…”

Ho iniziato, sentivo che l’attimo in cui avrei finito di voltarmi era arrivato.

E infatti era così, ma a quel punto non ho trovato più nulla da dire, perché guardando in viso quella sagoma senza viso, ho capito che tutto quello che avrei potuto dire lei lo sapeva già.

La guardavo e dovunque la guardassi non c’era nulla. Non aveva un vero corpo, un vero viso, vere braccia o gambe o tutto il resto.

“Non pretendo di conoscere tutto, tutto sarebbe certamente troppo. Ma un’ipotesi. Uno spiraglio sul futuro. Un senso…”

Gli occhi, però, c’erano.

E mi fissavano.

Neri, profondi, e vivi. Sì muovevano veloci, esaminandomi il viso. Ed io sentivo bruciare in faccia tutta la sua compassione.

Non per il fatto che mi considerasse inferiore a lei, oh, no.

Aveva compassione perché conosceva perfettamente la mia anima.

Ed io mi sentivo nudo.

“Smettila, smettila!”

Gli ho urlato, e stavo per dirgli che d’accordo, mi arrendevo, basta che la smettesse di fissarmi in quel modo…

Ma poi alle sue spalle, laggiù, in fondo al tunnel del vento lungo migliaia di chilometri che era diventato il corridoio, era apparso Salvo, e mi guardava. Gridava qualcosa, da laggiù in fondo, ma il vento portava via le sue parole, e io non le capivo.

Vedevo solo il suo viso creparsi d’angoscia e la sua bocca spalancata per urlarmi qualcosa che di certo era importante.

Ma io non lo sentivo.

Non potevo tirarmi indietro, ormai non potevo più. Sono tornato a guardare quella cosa che aveva martirizzato le mie notti.

Le ultime della mia vita, le ultime che avevo.

“Non chiedo un miracolo. Voglio solo una risposta.”

Quegli occhi mi hanno studiato ancora un attimo, quasi divertiti.

Poi la cosa che cammina nel corridoio ha proteso qualcosa che non era un braccio, ma neppure un tentacolo.

Qualcosa per la quale non era stata ancora inventata una parola. Sentivo una tenaglia d’acciaio stringermi la spina dorsale ed ero incapace anche di battere le palpebre, mentre quella cosa bianca ed indefinita si avvicinava al mio viso.

Quando mi ha sfiorato la guancia, tutte le ferite si sono stracciate, facendomi gemere, ed hanno ripreso a sanguinare.

“Ho il diritto di sapere, no? Stiamo parlando della mia vita. E della mia morte, già che ci siamo.”

Allora lei ha alzato davanti alla sua bocca, o meglio, davanti al posto in cui dovrebbe esserci la bocca, e invece c’era solo un ridicolo taglio longitudinale, come una faccia disegnata da un bambino, qualcosa che stava alla fine di una di quelle lunghissime braccia immonde.

Qualcosa che stava nel posto in cui dovrebbe esserci una mano.

Ha appoggiato un dito, o qualcosa che gli somigliava, a quelle che per logica dovevano essere delle labbra.

“Ssst.”

Mi ha detto, scuotendo la testa.

E poi non ha parlato più.