In bilico

di Francesco Calè

Siete liberi di non credermi. Del resto, anch’io, se ascoltassi una girandola di avvenimenti come quella che sto per riferirvi, penserei che il mio interlocutore sia ammattito o che abbia bevuto qualche bicchiere di troppo. Oppure, che si stia prendendo gioco di me.

Ma questa è la mia storia.

La storia di come mi sono trovato faccia a faccia con l’uomo che mi avrebbe ucciso.

La storia di come ho preteso di sfuggire al mio fato e ho dato in pasto alla morte la persona a cui più tenevo.

La storia di come ho scompaginato la trama di un futuro già scritto.

Tutto iniziò quando quella cartomante scoprì l’ultima delle carte che in precedenza aveva distribuito sul tavolino, a comporre un’astrusa geometria. Se la portò all’altezza degli occhi e stette per un po’ a studiarla con aria pensosa.

Infine la allungò verso di me, affinché potessi contemplare la figura che vi era rappresentata. L’Appeso.

All’interno di quel riquadro, un giovane penzolava a testa in giù. Una delle sue caviglie era assicurata a un rudimentale patibolo da un robusto e corto tratto di corda. La gamba libera si fletteva su se stessa, scivolando dietro l’arto legato. Quale colpa aveva imposto un supplizio tanto grottesco? Qual era il peccato che quell’enigmatico personaggio stava scontando?

Mentre mi ponevo quegli interrogativi, fui colto dalla strampalata impressione che anche il condannato mi fissasse, dalla sua prospettiva ribaltata. Mi sorpresi a specchiarmi nella sua espressione innaturalmente placida, quasi beffarda. Fu allora che una nuova domanda si affacciò, per sovrapporsi ai quesiti precedenti: perché mai avevo accettato di sottopormi a quella patetica messinscena? Ah già. Per Bea.

Insieme alla comitiva con cui trascorrevo il mio tempo libero, ero andato a visitare il Luna Park che si era insediato da pochi giorni nella periferia della città. I manifesti che reclamizzavano quella struttura promettevano un incredibile viaggio tra meraviglie portentose e spettacolari. Sapevamo bene che non avremmo trovato niente di più che le prevedibili attrazioni che di solito popolano questi parchi ambulanti. Montagne russe, seggiolini volanti e vari altri macchinari congegnati per regalare qualche minuto di spensieratezza. Postazioni dove misurare la propria abilità, come il tiro a segno o quel gioco in cui devi far suonare la campana con un colpo di martello ben assestato. Bancarelle con lo zucchero filato, i canditi e ogni altro tipo di succulenta robaccia che potesse essere messa in vendita in un luogo del genere. Ci eravamo andati comunque, se non altro per provare un’esperienza diversa rispetto alla classica serata a base di pizza e birra.

Eravamo già saliti su un paio di giostre e ci stavamo muovendo alla ricerca di qualcosa da mettere sotto i denti, quando ci eravamo trovati a passare nei pressi del padiglione della cartomante.

“Dai, perché non entriamo a farci leggere il futuro? Potrebbe essere interessante”, aveva proposto Bea, con gli occhi che le si riempivano di un limpido entusiasmo.

“Via, non crederai realmente che questi ciarlatani abbiano la capacità di prevedere quello che ci aspetta?”, me ne ero uscito io, con il contegno cinico e irriverente di cui ero maestro. “Sono tutte frottole”.

“Sei il solito guastafeste noioso e pedante”, mi aveva rimbeccato Bea, con il tipico atteggiamento giocosamente indispettito che assumeva in quelle occasioni. Era adorabile quando si divertiva a recitare la parte dell’offesa.

“Non sono un guastafeste”, avevo replicato, assecondando il brioso battibecco. “è che non credo alla possibilità di anticipare il futuro. Tutto qua”.

Gli altri componenti della brigata si erano disposti attorno a noi, a godersi lo scambio di battute.

“La verità è che hai paura”. La stoccata di Bea era arrivata in maniera del tutto inaspettata. Aveva tirato fuori questa affermazione secca e lapidaria, per poi concedermi un sorriso sbarazzino.

“Paura? Che cosa vorresti dire?”, avevo chiesto. Non capivo più se la sua fosse una totale simulazione, o se lo scherzo fosse diventato il pretesto per lasciar trapelare pensieri che le erano frullati sul serio per la testa.

“Ma sì. Hai paura di conoscere che cosa è stato stabilito per te dal destino”, aveva proseguito lei.

“Non ho nessuna paura. Non credo nel destino”, l’avevo rintuzzata con tono fermo e noncurante. “E quindi, se pure uno di questi impostori mi rivelasse che la mia esistenza sta per essere sconvolta da immani sciagure, non darei il minimo credito a una simile profezia”.

“E allora, perché non entri e non ascolti le previsioni della cartomante?”, mi aveva provocato lei, riservandomi un incantevole sguardo insinuante. “Tanto, se è vero che non ci credi, non hai niente da perdere, giusto?”.

“Giusto. Non ho niente da perdere”, le avevo fatto eco. E mi ero avviato con ostentata disinvoltura, per infilarmi nello stand. La verità è che avevo sempre avuto un debole per Bea. Speravo di impressionarla. O perlomeno, di guadagnare qualche punto in più nella sua considerazione.

Ecco. Era quello il motivo per cui ero finito lì. Al cospetto di quella donna dall’età imprecisata, che pareva avere un’impassibile maschera da sfinge al posto del volto. Seduto davanti a un tavolino sul quale era stato apparecchiato l’usuale armamentario di incensi, candele e cristalli utile a mettere in soggezione gli sprovveduti. A fare da spettatore e da complice di quella pantomima che prometteva di scoperchiare i misteri e le sorprese che la vita aveva in serbo per me.

Sul rosso del panno che copriva il ripiano campeggiava un intrico di figure improbabili. Era la sequela delle carte deposte fino a quel momento, prima della teatrale esibizione dell’Appeso. Quest’ultimo, adesso, giaceva a un estremo di quello schieramento, a chiudere la parata di stramberie. Lo precedevano donne che vestivano panni pontificali, prestigiatori che esponevano gli attrezzi del mestiere, scheletri che falciavano teste coronate e altre analoghe amenità. La sedicente sibilla spianò un indice raggrinzito e ossuto e lo fece scorrere al di sopra di una particolare triade di carte. Intuii che, in mezzo a quel surreale guazzabuglio, voleva richiamare l’attenzione proprio su quella sequenza.

Scrutai con trattenuta insofferenza quei disegni, tracciati dalla rozza e ingenua mano di un anonimo artigiano vissuto in chissà quale epoca remota.

Un povero mentecatto in abiti da giullare procedeva lungo il sentiero brullo che lo avrebbe condotto fino a chissà quale inverosimile meta. Sulla spalla reggeva un bastone dalla cui estremità pendeva un misero fagotto.

Un possente edificio veniva spezzato dalla ferocia devastatrice di un fulmine. Due corpi venivano sbalzati via dalla costruzione per precipitare al suolo.

Un vegliardo dalla barba fluente levava di fronte a sé una lanterna, come a cercare qualcosa. L’austero mantello che lo avviluppava e la verga ritorta che sorreggeva i suoi passi gli conferivano un’aura di antica dignità.

“Il Matto, la Torre e l’Eremita”, mi precisò la cartomante, con un sibilo che sembrava affiorare dalle profondità scabre e tortuose di una caverna. Quindi tacque, assumendo una postura che pretendeva di risultare ascetica e ispirata.

Immaginai che con quei modi cercasse di inquietarmi. Io ero tutt’altro che intimorito. Anche perché quell’impostazione istrionica sembrava riecheggiare più gli espedienti di un film dell’orrore di quart’ordine che la sapienziale autorevolezza di riti ancestrali. Quella pacchiana sacerdotessa si manteneva immobile, con l’aria di aspettare una reazione da parte mia. Repressi a stento il mio irridente scetticismo e le indirizzai un’occhiata muta che poteva implicare tutto come pure poteva non voler dire niente.

“Strano, molto strano”, riprese lei, con quel modo affettato di sussurrare le parole che iniziava a innervosirmi. “Fino a un certo punto, gli argini posti a presidio dello scorrere della tua vita appaiono chiari”, sentenziò, tornando ad additare le tre carte che mi aveva appena segnalato. “Poi, però, le traiettorie si ingarbugliano e i confini delle certezze diventano sfocati fino a confondersi con il campo del probabile”, dichiarò. “In questo momento, ti trovi sospeso. In bilico fra destini diversi”, concluse. Per dare rappresentazione plastica a quell’ultima esternazione, raccolse dal tavolo la riproduzione dell’Appeso, la sollevò all’altezza del viso, come a volerla vagliare di nuovo, quindi la girò verso di me.

Non ne potetti più di quel clima di artificioso misticismo. “Che cosa significa?”, sbottai.

“Significa che sarai tu a dover scegliere”, annunciò lei.

“Scegliere? Scegliere cosa?”, borbottai, colto alla sprovvista.

“Scegliere il percorso da imboccare nel punto in cui le strade si biforcano”, ribatté lei, mantenendo il suo insopportabile tono declamatorio. La fissai frastornato: se con questa uscita a effetto aveva supposto di fornirmi una spiegazione, non mi aveva spiegato un bel niente.

Il senso di quel vaneggiamento mi fu chiaro subito dopo, quando la donna agguantò il monticello dei tarocchi non utilizzati e ne sfilò due, facendo mostra di lasciarsi pilotare da suggestioni sovrannaturali. Dal mio punto di vista, si era limitata a pescare a casaccio.

Tese verso di me le due carte, tenendole strette fra l’indice e il pollice. Con uno scatto dei polpastrelli, le divaricò. Mi si svelarono così entrambi i rettangoli istoriati. Da una parte, prorompeva l’irruenta baldanza di un giovanotto dalla testa coronata che se ne stava ritto su un curioso trabiccolo trainato da due cavalli. Non riuscivo a decidere se fosse l’uomo a governare gli animali o se fossero le bestie a trascinare l’auriga. Dall’altra parte, affiorava l’indomita fierezza di una donna seduta su un trono e avvolta da vesti sontuose. Il suo sguardo distaccato pareva attraversare dimensioni remote e inaccessibili prima di cadere sull’ideale osservatore che le stesse di fronte.

“Il Carro e l’Imperatrice”, comunicò l’indovina, ad attribuire un nome alle allegorie che stavo esaminando. “E ora, scegli”, ribadì. “Ma bada: sarà l’arcano che selezionerai a definire la direzione verso la quale si incanalerà il tuo destino”.

Dunque era così. Il pomposo sproloquio di poco prima si riduceva a quello. A un giochetto infantile. Non dovevo fare altro che optare per l’una o per l’altra carta. Dopo, quell’officiante dell’inconsistenza avrebbe confezionato una formula vuota e ambigua, dalla quale, secondo lei, avrei dovuto trarre ammonimenti cruciali sui passi da compiere per il futuro.

“Una carta vale l’altra”, mi dissi, deciso a porre termine a quello strazio il prima possibile. E così squadrai la donna con occhi che non riuscivano più a dissimulare l’irritazione e dichiarai: “Il Carro. Scelgo il Carro”.

Lei lasciò cadere sul tavolo l’Imperatrice, trattenendo fra le dita la sola carta che avevo nominato. La rimirò. Poi asserì, con quello che mi parve un tono velatamente provocatorio: “Bene. Hai scelto la via più veloce. Ma stai attento. Non sempre ciò che arriva prima è foriero di consolazione”.

Capii che non sarei riuscito a reggere oltre. E così mi alzai di scatto. Depositai in un piattino i soldi che avrebbero dovuto rappresentare l’onorario per quella sconclusionata prestazione e uscii dalla tenda.

A stazionare là fuori, trovai il capannello dei miei amici. Erano rimasti ad aspettarmi. Sicuramente, nutrivano la speranza di estorcermi qualche confidenza sulle profezie della veggente. Fra di noi, erano frequenti le cerimonie delle derisioni collettive, che vedevano come vittima ora l’uno ora l’altro della combriccola. Per questo, erano tutti ansiosi di trovare un pretesto per farsi beffe di me.

No. Non tutti, a dire il vero. Bea non avrebbe accettato di partecipare alla canzonatura ai miei danni. Quando si innescava il meccanismo delle ostilità goliardiche del gruppo nei confronti del singolo, lei immancabilmente si sottraeva. Curiosamente, era sempre pronta a bisticciare con me. Ma solo se a punzecchiarci rimanevamo noi due, senza intromissioni da parte degli altri.

Lei si staccò dal capannello e mi si avvicinò. “Allora, che cosa ti ha detto la cartomante?”, mi chiese. Sembrava sinceramente interessata.

“Niente”, fu la mia risposta asciutta.

“Come niente?”, fece lei di rimando, con aria interdetta.

“Niente”, confermai, stringendomi nelle spalle. “O meglio, niente che dal mio punto di vista avesse un senso. Te l’ho detto. Le previsioni di questi presunti professionisti dell’occulto non sono altro che fuffa”.

Lei mi scoccò una significativa occhiata dubbiosa. Era evidente che avrebbe voluto approfondire il discorso. E però, per quanto adorassi le contese dialettiche con lei, non ero disposto a dibattere di un’esperienza che mi aveva già abbastanza infastidito.

“Non stavamo cercando un posto in cui mangiare qualcosa?”, domandai ad alta voce, per schivare ulteriori investigazioni sulla divinatrice. “Da qualche parte, in questo Luna Park, ci sarà pure una bancarella dove vendono mele caramellate, croccante o altre robe del genere. Andiamo. Offro io”, annunciai, suscitando l’euforica approvazione da parte degli altri. Bea non sembrò smossa da quell’ondata di entusiasmo. Continuava a fissarmi poco convinta.

Quello sguardo apprensivo e al tempo stesso inquisitorio cominciò a indispormi. Mi voltai, dandole le spalle. Fu allora che la vidi.

La bambina.

Si trovava a diversi metri da me. Bionda. Fragile. Imbacuccata in abiti più voluminosi di lei che le conferivano l’apparenza di un goffo involucro. E sola.

Era immersa in una folla anonima, eppure spiccava all’interno dell’anomalo spazio vuoto che si era creato attorno a lei. Le persone che le scivolavano accanto parevano deviare il proprio itinerario prima di poterla sfiorare. Era come se fosse circondata da una barriera solida e invisibile: una bolla cristallina sulla quale i tragitti dei corpi in avvicinamento rimbalzavano. Forse, mi sorpresi a pensare, quella presenza non apparteneva al nostro mondo. Magari faceva capolino da una smagliatura che senza alcun motivo si era prodotta nel tessuto della realtà, ad aprire uno squarcio su altre dimensioni.

Scacciai via quelle meditazioni sgangherate con un brusco scossone della testa. Staccai la mia attenzione dai riflessi dorati di quei capelli e mi incamminai frettoloso. “Allora, ci muoviamo?”, esclamai con impazienza. “I morsi della fame iniziano a farsi sentire”.

Con l’arrivo del giorno successivo, gli strampalati episodi che avevano contrassegnato la visita al Luna Park sembrarono essere stati archiviati senza strascichi.

Quel pomeriggio, avevo quasi ultimato il giro di consegne per conto dell’agenzia di recapiti per la quale lavoravo. Si trattava di un impiego part-time che ero riuscito a rimediare per pagarmi gli studi. Mi rimaneva un ultimo pacco da lasciare.

L’indirizzo del destinatario mi risultava del tutto sconosciuto, e così mi lasciai guidare dal navigatore fino a uno spicchio marginale e isolato della città. La casa presso la quale dovevo effettuare la consegna si affacciava su una strada stretta e senza uscita. Non sarei mai riuscito a entrarci con il furgone aziendale. Parcheggiai sul viale che si intersecava con quel budello e mi avviai verso la mia meta a piedi.

Mi ci volle qualche minuto per sbrigare quell’incombenza. Tornai al veicolo, aprii lo sportello e stavo per montare su, quando, senza preavviso, dal lato posteriore del furgone saltò fuori un energumeno che mi fronteggiò con aria torva. Doveva essersi acquattato lì dietro, approfittando dei pochi attimi in cui mi ero allontanato.

Mi puntò un coltello contro il petto. Mi intimò, con voce aspra, “Dammi le chiavi”. Io non spiccicai parola. Non mi mossi neanche. Mi limitai a osservare i suoi occhi spiritati e la repellente cicatrice che gli attraversava la guancia destra. Ero come ipnotizzato dall’aberrante scenario in cui ero piombato.

“Non hai sentito? Dammi le chiavi”, sbraitò di nuovo il personaggio immondo. “Ho bisogno del tuo dannato furgone”. Mentre pronunciava quell’avvertimento, avvicinò il suo volto al mio fino ad alitarmi addosso. Il suo fiato fetido mi urtò le narici.

Fu a quel punto che feci una cosa molto avventata. E stupida. Provai a reagire.

Il mio modello di comportamento non è mai stato quello dell’eroe o del combattente. Tutt’altro. Non sto dicendo di ritenermi un vigliacco. È solo che non sono il tipo da rispondere alla violenza facendo ricorso ad altrettanta violenza. Sin dai tempi della scuola ho sempre subito le angherie degli altri ragazzini con la pacata rassegnazione di chi preferisce non peggiorare la propria situazione.

Ecco perché non saprei dirvi che cosa mi prese. Forse un malinteso senso di fedeltà lavorativa mi spinse a cercare di difendere il mezzo della ditta presso cui ero impiegato. Più probabilmente, tutta quella trafila di circostanze – le minacce dell’uomo, la lama che gli scintillava in mano, la laida cicatrice – si era assemblata in una combinazione asfissiante. Un ingranaggio dal quale volevo svincolarmi. E non perché lo reputassi ingiusto. Ma perché lo trovavo assurdo.

L’unica cosa che posso riferirvi con sicurezza è che azzardai una mossa incauta per disarmare quel bruto. Lui non si fece sorprendere. Rimase incredibilmente impassibile, e spinse verso il mio addome la mano che brandiva il coltello.

Ricordo una dirompente sensazione di calore che mi squassò le interiora. Ricordo la ruvida compattezza della strada sulla quale mi accasciai. Ricordo il velo che mi calò sugli occhi, mentre cercavo disperato di carpire qualche brandello di luce. Poi, il buio. Totale. Definitivo.

Mi ritrovai nel padiglione della cartomante.

Ero di nuovo davanti a quella donna, che sfoggiava con accigliata solennità le due carte. E di nuovo potevo ascoltare l’incalzante esortazione: “Allora? Che cosa scegli? Il Carro o l’Imperatrice?”.

Che cosa era successo? Era stato tutto un sogno a occhi aperti? Una visione? Un’allucinazione?

Oppure quella volubile divinità che gli uomini si ostinano a chiamare destino esisteva veramente e, per un suo bizzarro e imperscrutabile capriccio, aveva voluto concedermi un’altra possibilità?

Non lo sapevo, né potevo stabilirlo.

Avevo una sola certezza: quella volta, non c’era alternativa. “L’Imperatrice”, mi affrettai a esclamare con affanno. “Scelgo l’Imperatrice!”.

“Hai scelto il percorso più lungo e tortuoso. Ma non è detto che ti consenta di schivare la pena”, fu il criptico verdetto della maga, enunciato con il solito, esasperante tono da profetessa di borgata.

Non persi troppo tempo a darle retta. Saltai in piedi di furia e per poco non feci cadere la sedia su cui ero accomodato. Scaricai con malagrazia nel piattino i soldi corrispondenti al tributo per la cartomante e mi precipitai all’esterno del tendone.

Come nella mia esperienza precedente, i miei amici erano rimasti ad attendermi là fuori. E proprio come era avvenuto in quel futuro possibile in cui mi ero avventurato, Bea mi si avvicinò trepidante. Accennò a dire qualcosa, ma non glie ne diedi modo.

“Non chiedetemi niente. Ve ne prego. Non ho voglia di discutere”, sbuffai brusco, a troncare qualsiasi avvisaglia di discussione.

“C’è qualcosa che non va?”, si informò premurosa lei.

“Nulla di grave. Sono solo un po’ stanco”, minimizzai. “Ho voglia di andare subito a casa”. Senza aggiungere altro, mi incamminai celere, a mettere al più presto la maggiore distanza possibile fra me e lo stand nel quale avevo compiuto quella farneticante escursione attraverso terreni ignoti, ai quali mi rifiutavo ancora di credere.

Procedevo con la testa china. Ciononostante, intravidi nell’intrico della folla una sagoma minuta sulla quale affiorava una chioma bionda. Mi girai dall’altra parte. Non avevo nessuna intenzione di appurare che si trattasse di quella bambina.

Confesso che il giorno seguente fui tentato di darmi malato, in modo da scansare il turno lavorativo. Poi, preferii soprassedere dall’utilizzo di espedienti del genere. Avevo bisogno di convincermi che l’avventura che avevo vissuto non fosse stata nient’altro che un banale scherzo dell’immaginazione. Mi ripetevo che le mie remore erano infondate e puerili. Per sconfiggere quei timori, dovevo affrontare la giornata che mi si prospettava con l’indifferenza di chi si stesse dedicando all’ordinaria e quotidiana routine.

Eseguii il giro di consegne che mi era stato affidato. Stavolta il programma non includeva case collocate in zone fuori mano o angusti vicoletti che non mi permettevano di transitare con il furgone. Malgrado ciò, mi mantenni guardingo e apprensivo per tutta la durata del percorso.

Completai il mio itinerario senza che nulla fosse accaduto. Provai il sollievo del condannato a morte al quale fosse stata accordata la grazia.

Quella sera invitai Bea a uscire noi due, da soli. Nonostante fossi invaghito di lei da tempo, non mi ero mai risolto a compiere un passo del genere. Forse, l’aver assistito alla mia morte mi aveva infuso quel coraggio di cui non ero stato fino ad allora capace. Lei accettò.

Passai a prenderla con la mia auto, quindi decidemmo insieme il posto in cui andare. Finimmo in un locale appartato e senza pretese. Del resto, nessuno di noi due cercava qualcosa di elaborato. Avevamo solo bisogno del posto giusto per bere una birra e fare una chiacchierata in tutta tranquillità. Trascorremmo ore deliziose. Bea mi apparve più incantevole del solito, nella sua energica ed esuberante vitalità.

Al termine della serata, la riportai a casa sua. Scesi dalla vettura e corsi ad aprirle lo sportello, come ci si sarebbe aspettati da un accompagnatore galante. Lei abitava in una strada buia e poco frequentata. La mia intenzione era quella di scortarla fin sotto il portone del palazzo.

Tutto si svolse in pochi attimi. Bea aveva appena posato un piede sul marciapiede per sgusciare fuori dal veicolo, quando si paralizzò. Il suo volto si contrasse in una smorfia di terrore. Non ebbi neanche il tempo di chiedermi che cosa stesse accadendo. La ferrea morsa di un braccio sbucato alle mie spalle si serrò attorno alla mia gola e mi immobilizzò. Avvertii la fastidiosa sensazione di un oggetto rigido e appuntito che premeva contro la mia schiena. L’ignoto aggressore accostò la bocca al mio orecchio e sibilò: “Molla le chiavi. Ho bisogno dell’auto!”.

Di nuovo quella voce gutturale. Di nuovo quell’infernale alito fetido. Non potevo guardare in faccia il figuro che mi aveva bloccato, ma non ne avevo bisogno per sapere chi fosse. Era il mio persecutore. Il mio carnefice. Era l’uomo che già una volta mi aveva ammazzato.

Dunque, le cose stavano così. Mi ero solo illuso di poter eludere il destino. Ma quello, il destino, si era semplicemente divertito a lasciarmi scorrazzare per un po’. Si era fatto trovare sul cammino in cui mi ero inoltrato per distanziarmi da lui. Mi aveva aspettato, e al momento giusto mi aveva riacciuffato per i capelli.

Non sapevo che fare. Sapevo solo di non dovermi ribellare. Bea, purtroppo, non aveva quella stessa consapevolezza.

La vidi che si proiettava fuori dalla macchina con un balzo impetuoso. “Scappa!”, le urlai con tutta la disperazione di cui ero capace. Ma lei non mi ascoltò. Sembrava essere guidata da un impeto cieco e incontenibile. Come nel peggiore degli incubi, ero inerme, mentre il vortice frenetico degli eventi mi travolgeva.

Bea si scagliò contro il delinquente. Avrei voluto andare in suo soccorso. Ma l’altro continuava a tenermi avvinghiato nell’implacabile tenaglia del suo braccio. Non vidi che cosa avvenne dopo. Tutto si consumò dietro di me. Intuii dei movimenti convulsi. Sentii l’imprecazione volgare vomitata dal farabutto. Poi, un gemito. Una sorta di sbuffo soffocato e rantolante. Mi si accapponò la pelle. Quel suono atroce era stato esalato dalle labbra di Bea.

Di colpo, mi ritrovai libero di muovermi. L’assalitore era scomparso. Non avrei saputo dire che fine avesse fatto, né come fosse riuscito a dileguarsi tanto precipitosamente. Non mi soffermai neanche per un istante a interrogarmi su quei dettagli. Non mi importava un bel niente di lui. L’unica cosa che mi interessava era Bea.

Mi voltai fulmineo, per essere investito da un’orribile visione. Il corpo di Bea giaceva stravolto al suolo. Sul marciapiede sotto di lei, si allargava una macchia ripugnante. Quel liquido denso e viscoso, in quell’oscurità, sembrava uno sversamento di petrolio che si espandesse sulla superficie del mare.

Mi inginocchiai su di lei. La raccolsi fra le braccia, come a volerla cullare in un’ultima, confortante ninna nanna. Infine, rivolsi il volto verso l’alto, a urlare la mia impotente desolazione contro il cielo.

All’improvviso, tutto intorno a me si spense. Fui sommerso da una vertigine debordante. Non capii più dove fosse l’alto e dove il basso. Non capii più neanche dove mi trovassi io. Ebbi l’impressione di sprofondare fra i mulinelli di un nulla torbido e avvolgente.

Per quanto tempo galleggiai in quell’oceano di oblio? A me parve un’eternità. Ma forse furono solo pochi, infinitesimali attimi. Sta di fatto che alla fine la realtà circostante riacquisì forma e consistenza. Mi scoprii a fissare per l’ennesima volta quelle due carte maledette. Ero tornato nel tendone della cartomante.

Quella stava replicando la sua ossessiva litania: “Avanti. Qual è la tua scelta? Il Carro o L’Imperatrice?”.

Che gioco crudele e insensato era mai quello? Quale blasfema entità soprannaturale si stava svagando con la mia vita, dilettandosi a sfilacciarne le fibre e a riannodarle in nuovi, aberranti intrecci? Soprattutto, perché ricondurmi a quel bivio? Perché riconsegnarmi a quella scelta spietata?

Avevo solo due possibilità. E le avevo già sperimentate entrambe. Se avessi scelto il Carro, mi sarei infilato nella strada che portava dritta alla mia fine. Se avessi scelto l’Imperatrice, avrei decretato la rovina di Bea.

Tutt’a un tratto, fui sorpreso dall’ebbrezza di un’illuminazione, piovuta chissà da dove. Non era vero: non avevo a disposizione solo due possibilità. Ce n’era una terza.

Quello che stavo per fare era folle. Era incongruo. Era inappropriato. Ma era la cosa giusta. Ne ero certo. Me lo suggeriva una composta e inusitata forza che si era fatta largo dentro di me.

La donna impaludata nei suoi abiti di scena aspettava la mia decisione. Glie la notificai.

“L’Appeso”, dissi, con serena risolutezza. “Scelgo l’Appeso”.

“Non puoi”, protestò esterrefatta lei. “Non è permesso. Non è previsto dalle regole”.

“Hai affermato che ero chiamato a scegliere, no?”, rilevai con aria di sfida. “Ebbene, io scelgo di riscriverle, queste regole. Lo ripeto: scelgo l’Appeso”.

A rimarcare la mia volontà, raccattai l’arcano che rappresentava il tizio penzolante a testa in giù, lo sventolai con impudenza davanti al naso della megera, e poi lo mollai. Il cartoncino planò sul tavolo, sotto lo sguardo allibito di quella.

Lei mi fissò a lungo, stizzita. Infine, si decise a proferire il suo responso: “Hai osato scombussolare i fili che sorreggono e compongono la tua storia. Sappi che d’ora in avanti tutto può succedere”.

“Bene, era proprio quello che volevo sentire”, osservai con un ghigno compiaciuto. Le lasciai il compenso e abbandonai quell’antro.

Fuori, mi si presentò lo stesso scenario delle altre volte. Gli amici che mi aspettavano sornioni. Bea che si mostrava impaziente di apprendere le mie rivelazioni. Ma non era tutto uguale. Io ero cambiato.

Quando Bea si accinse a muoversi verso di me, la arrestai con un gesto della mano imperioso e al tempo stesso rassicurante. Lei mi scrutò perplessa. Le dedicai un sorriso bonario, poi mi guardai attorno.

Dopo qualche secondo la individuai. La bambina. Sperduta nella folla eppure tanto appariscente nel suo isolamento sacrale. Non appena il mio sguardo si posò sulla sua figura, sembrò trasmetterle una scossa. Lei fece qualche passo nella direzione opposta rispetto a me. Poi si voltò, a rivolgermi un’occhiata complice. Voleva che la seguissi.

“Scusate, devo allontanarmi”, comunicai alla comitiva. “Ho bisogno di sbrigare una cosa, e ho assoluta necessità che nessuno mi segua”.

Gli altri accolsero con flemmatico distacco quel singolare annuncio. Solo Bea mi fissò smarrita.

Mi accostai a lei e le mormorai: “Non preoccuparti. Non sta succedendo niente. Ma non venirmi dietro. Te lo chiedo per favore. Per me è importante”.

Lei conservò la sua espressione disorientata. Ma rispettò il mio invito.

Tallonai la bambina, che scivolava imperturbabile in mezzo alla calca di persone.

Non so come, a un certo punto la persi. Sembrava essersi dissolta nel nulla. Mi trovai in un’area oscura e deserta, nella quale stazionavano diversi veicoli. Furgoni, roulotte, camper, camion. Compresi che ero capitato nella zona che i lavoranti del Luna Park avevano adibito a parcheggio.

Mi aggiravo silenzioso in quella selva di ammassi metallici, quando un rumore attirò la mia attenzione. Un cigolio ritmico e insistente. Mi accorsi che proveniva da un camper poco distante da me. Mi avvicinai circospetto a una fiancata, senza riuscire a localizzare la fonte di quel suono. Qualunque cosa fosse a emetterlo, si trovava sul versante celato alla mia vista.

Aggirai con la massima cautela l’automezzo. Mi appiattai contro il lato posteriore e sporsi di poco il capo, a lanciare un’occhiata su quello che stava avvenendo dall’altra parte.

Scorsi un tizio, accovacciato contro la porta del camper, che cercava di scassinarla.

Stetti per un po’ a spiarlo, fino a quando quello girò leggermente la testa nella mia direzione. Alla flebile luce di un faro, vidi la cicatrice che gli solcava la guancia. Era lui. L’uomo che già due volte aveva incrociato la mia strada. Il personaggio che aveva abbattuto la sua foga distruttrice su di me. Il mio assassino.

Fu allora che feci qualcosa di molto avventato. Per la seconda volta in vita mia. Anche se non so quanto un simile calcolo possa essere considerato corretto. In fondo, era la prima volta che lo facevo, in questa vita. In ogni caso, mi avventai contro quel figuro rivoltante.

Sì, lo so che le precedenti esperienze avrebbero dovuto sconsigliarmi di compiere una mossa del genere. Ma non ero più l’individuo equilibrato che ero sempre stato. Non ero neanche un essere senziente e razionale. Io non ero più io.

Ero solo un proiettile governato dalla rabbia pura, abbacinante, assoluta.

Quello scattò in piedi, colto di sorpresa. Non gli diedi neanche il tempo di reagire. Gli scaricai addosso una raffica furiosa di pugni. Un mio cazzotto lo centrò al mento e lo sbilanciò, scaraventandolo all’indietro. Sbatté la testa contro il camper e si afflosciò, come un patetico mucchio di stracci, per rimanere immobile al suolo.

Il furore che mi aveva invaso evaporò, e fui sopraffatto dall’enormità di quello che avevo combinato. Temetti di averlo ucciso. Un affannoso esame del polso mi rivelò che lo avevo solo tramortito. Niente male per un soggetto mite e remissivo come me, pensai.

Quando la polizia arrivò, mi riempì di complimenti. Appresi che avevo consentito l’arresto di un ricercato pericoloso: l’ultimo elemento ancora libero di una banda che si era resa responsabile, pochi giorni prima, di una rapina a una banca conclusasi nella maniera più cruenta possibile. Nella sparatoria che i malviventi avevano ingaggiato per coprirsi la fuga, una bambina aveva perso la vita.

Una volta riconquistata la tranquillità del mio appartamento, cercai su internet qualche informazione in più su quella storiaccia. Scovai numerosi articoli. L’occhio mi cadde su una foto che ritraeva la piccola vittima di quella tragedia. La riconobbi. Era lei. L’angelo biondo che mi aveva fatto da guida nel mio cammino lungo la linea di demarcazione fra la salvezza e l’abisso.

Da allora, è trascorso diverso tempo e parecchie cose sono cambiate. Tra queste, il mio rapporto con Bea. È diventata la mia fidanzata, e poi mia moglie.

Una cosa, però, non cambia. Non lascio passare anno senza rispettare una particolare ricorrenza. Insieme a Bea, mi reco al cimitero, nel giorno in cui io o lei saremmo dovuti morire. Ci spingiamo fino alla sepoltura della bambina e depositiamo un fiore sulla lapide.

Mia moglie non mi ha mai chiesto il perché di quella originale celebrazione privata. Credo che in qualche maniera abbia intuito. Ma non posso averne la certezza. Anche perché non abbiamo mai più parlato degli eventi capitati quella sera al Luna Park.

Io mi sono limitato a strapparle una promessa. Per nessun motivo, uno di noi due avrebbe mai più dovuto avvalersi di maghi o indovini.