Dentro di te

di L. Filippo Santaniello

 

Stava seduta lì, tranquilla, a parlare d’intestini.

“Davvero vuoi tagliare le persone, tirare fuori le interiora, e metterti nei loro corpi?” ho bisbigliato. In casa eravamo soli ma avevo l’impressione che al Prenestino le pareti fossero in truciolato, qualcuno avrebbe potuto sentirci.

Lei ha annuito con quei suoi grandi occhi neri.

“Non guardarmi come se fossi un mostro, ho solo bisogno di avere delle risposte” ha detto sfiorandosi la cicatrice in rilievo sull’addome piatto da ragazzina.

“Risposte a cosa?”

Apparve incerta dando per scontato che ragionassi come lei. Ha inclinato la testa e ha chiesto con serietà: “A te non interessa sapere dove andremo a finire?”

“Certo che m’interessa, ma non credi che certe pratiche siano fuori luogo nella società in cui viviamo?”

“Parli come un coglione.”

“Non dipende da me, ho studiato per diventarlo. Tiri in ballo l’arte divinatoria ma scommetto che non hai mai sentito parlare degli aruspici dell’antica Roma. Lo sapevi che l’aruspice di Giulio Cesare gli aveva predetto la morte alle idi di marzo?”

“La storia non m’interessa” ha detto. “Se potessi sottrarmi al sangue lo farei, ma la rana mi obbliga a cercarlo.”

“La rana?”

A quel punto ero ancora più interessato.

“Ho una rana nella pancia, è assetata di sangue. Non importa se la persona che squarto vive o muore. L’uomo è uno scrigno e io voglio possedere ciò che contiene, analizzarlo, soddisfare ogni dubbio, e per qualche minuto, se mi è possibile, entrare nel corpo di chi sottometto e riposare dentro di lui. Mi sarebbe di grande conforto sapere di poterlo fare ogni volta che conosco qualcuno che la rana approva.”

“Come puoi entrare nel corpo della gente?” Nessun rimprovero nella domanda, solo un chiaro interesse di approfondire la dinamica del gesto. “Sei gracile, ma non così tanto da rannicchiarti dentro una persona.”

Distesa su un fianco si è abbracciata le ginocchia e ha detto che in quella posizione sarebbe potuta entrare in qualsiasi corpo adulto. Senza darglielo a vedere ho pensato che avesse ragione.

“Parlami della rana. Perché ti fa venire voglia di fare certe cose?”

“Non lo so, prima non era dentro di me.”

“Dov’era?”

“Dentro qualcun altro. Gira il mondo entrando e uscendo dalle persone. Ha cinquecento anni.”

Un essere umano impazzirebbe solo se vivesse la metà, ho pensato, e leggendomi nella testa lei ha detto: “Io a ventisei sono già esausta.”

Ci lega qualcosa di terrificante che mi fa credere di aver superato un limite che credevo possibile solo nelle storie di finzione. All’inizio era semplice curiosità. Ci vedevamo di tanto in tanto nei corridoi della facoltà. Io docente, lei allieva eternamente assorta. Lei studiava i miei testi, io le impercettibili increspature del suo viso. Ragazza indifesa, delusa dalla vita, sentivo di dover fare qualcosa per aiutarla ad accettare la sua condizione d’emarginata. Era come guardare un cerbiatto che per sfuggire ai cacciatori finisce in bocca a un coyote, ma solo col tempo si capiscono le cose e solo col tempo ho scoperto che il coyote era lei.

Vincolato al suo sguardo di ventenne, nudo sul letto dopo il sesso, mentre la temperatura della stanza iniziava a farci sudare, ho chiesto: “Perché la rana ha scelto te?”

Mi ha raccontato che una volta, a Natale, suo fratello l’ha portata in mezzo alla neve. La trascinava per un braccio scostando i rami degli alberi come fossero tende di un palcoscenico e quando lei ha provato a liberarsi – indossava nient’altro che la vestaglietta di cotone con cui era andata a dormire – lui l’ha colpita a sangue e l’ha violentata sotto un abete finché non s’è fatto buio.

Aveva dodici anni.

Tornando a casa si sono persi nel bosco.

Lui l’accusava che se non fosse nata femmina in quel bosco non ce l’avrebbe portata. Lei invece era felice che si fossero persi. A casa non ci voleva tornare. Sapeva che se avesse raccontato che il fratello le era entrato dentro, lui l’avrebbe uccisa. Eppure nascondere il segreto sarebbe stato più doloroso. Tanto valeva morire adesso.

Pregò che il gelo le bloccasse il cuore e che i cinghiali la divorassero fino all’ultimo osso cancellando da quel luogo ogni traccia di sé, ma il muro di pietra del giardino e le luci del portico apparvero in tutta la loro familiarità prima che il suo corpo entrasse in ipotermia. “Se dici qualcosa ti squarto e ti tiro fuori le budella” disse il fratello spingendola in casa.

Salirono al secondo piano evitando il soggiorno dove il padre e la madre trascorrevano la serata, lui la lavò con sapone e acqua calda, la cambiò, la mise sotto le coperte e spense la luce. Andò a letto anche lui, ma quella notte non riuscì a dormire, e non per il tormento di quanto aveva fatto. Nessuno in casa chiuse occhio, nemmeno i genitori. Allarmati dalle urla della figlia nel cuore della notte, la trovarono seduta sul letto insanguinata e catatonica con le forbici da cucito in mano. Poco prima, nel buio della camera, qualcosa di morbido come la polpa di un frutto aveva iniziato a fiorire espandendosi caldo e invadente dentro di lei. Terrorizzata, frugando nel cestino da ricamo di sua madre, aveva afferrato le forbici in acciaio temperato. Le aveva ancora in mano. Ma le mani tremavano, e le forbici caddero a terra, sporche di sangue, mentre lei continuava a urlare cercando di contenere le viscere che traboccavano con morbidezza dalla pancia.

“Non ho avuto il coraggio di scavare più affondo. Se avessi cercato meglio avrei trovato la rana.”

Ho guardato la grande cicatrice sulla sua pancia.

“L’avresti estirpata?”

“Sì, e non sarebbe cresciuta, non avrebbe iniziato a parlarmi insegnandomi quello che so. Ormai è adulta, fa parte di me. Oppure quella notte non avrei dovuto urlare, se avessi fatto tutto in silenzio nessuno si sarebbe accorto e sarei morta dissanguata. Ti piacciono i coltelli?”

“Mi piacciono di più le persone.”

Nei suoi occhi ho scorto un bagliore d’approvazione. “Anche a me, soprattutto quello che c’è dentro.”

“Scavare dentro una persona dev’essere faticoso” ho detto. “Specialmente se si cerca dentro se stessi.”

“È più faticoso vivere. Estrarre viscere è una cosa che devi poter fare con calma. Toccarle, respirarle col naso, le labbra, l’anima, le ossa. Al mondo ci sono persone orrende e l’unico modo per non averci a che fare è stare dentro di loro. Mi capisci, vero?”

Cercavo di non pensare, non volevo che lei desse voce a fantasie di cui ignoravo l’esistenza. Ho abbassato lo sguardo sulle lenzuola sudate e quando l’ho rialzato ho detto: “Vorrei che mi leggessi il futuro.”

Lei ha incrociato le gambe magre e si è afferrata le punte dei piedi. “Sicuro di volerlo sapere?”

Nonostante sia dotata di un’intelligenza fuori dal comune, non ha ancora trovato il suo posto nel mondo. Depressa la maggior parte del tempo, autolesionista dalla pubertà, dice di avere questi posti sicuri nella testa dove ogni tanto va a rilassarsi. Il suo posto preferito è una piscina piena di sangue. Immagina di trascorrere le ore sul materassino al centro della vasca mentre uomini hamburger camminano sul bordo. Ogni tanto qualcuno salta dentro, lei si avvicina a nuoto e ne stacca un morso. Con lei il sesso tende sempre al violento. Giochi di potere, sottomissione. In questo momento della mia vita non potrei chiedere di più.

“Sono sicuro, voglio sapere se nel mio futuro ci sarà posto per tutti e due.”

“Non hai paura di conoscere la risposta?”

“Secondo te Giulio Cesare era spaventato quando ha consultato l’aruspice?”

“Secondo me si stava cacando sotto.”

Da casa sua al Parco degli Acquedotti ci abbiamo messo venti minuti. Il traffico era scorrevole. Chi è rimasto a Roma si gode l’aria condizionata dei centri commerciali spingendo passeggini e imbambolandosi davanti alle vetrine.

Guidavo io, con prudenza, rallentando ai semafori anche se il verde mi dava precedenza assoluta. A parte indicarmi la strada, lei non diceva una parola, seduta composta con le braccia su una valigetta di pelle di cui ignoravo il contenuto.

Mi ha fatto parcheggiare in via Lemonia. Non conoscendo la zona mi sono fidato ciecamente delle sue indicazioni. Quando siamo scesi dalla macchina, l’afa di luglio ci ha tolto il fiato.

Abbiamo percorso un sentiero nel parco costellato di rifiuti fino al rudere di villa delle Vignacce. Terra arsa, caldo intenso. Lei ha afferrato un bastone e ha iniziato a smuovere l’erba secca intorno al rudere. Ne abbiamo seguito il perimetro in silenzio, io a qualche metro da lei, finché il vento ha sollevato un fetore terrificante.

Si è fermata appoggiandosi al bastone, guardava in basso.

L’ho raggiunta coprendomi il naso con la mano.

“È qui da due giorni” ha detto.

Sentivo il rumore delle cicale e il traffico lontano sulla Tuscolana ed ero calmo come se di fronte a me, tra le erbacce, non ci fosse il cadavere di un afroamericano in pantaloncini corti e canottiera bianca sporca di terra.

“Come l’hai trovato?”

“Roma è grande, occulta cadaveri che aspettano solo di essere rinvenuti nelle zone più disparate. Parchi, discariche, appartamenti. Ogni tanto mi arrivano delle informazioni.”

“Da chi?”

“Io non faccio tutte queste domande.”

“È pericoloso.”

“È più pericoloso essere curiosi.”

“Ma potrebbero pensare che l’abbiamo ucciso noi.”

“Siamo qui per te, se hai paura vattene.”

L’ho guardata in faccia. Aveva la pelle lucida di sudore come se l’avesse leccata un cane.

“Va bene” ho detto. “Sbrighiamoci.”

Nella valigetta di pelle c’erano attrezzi puliti riposti con ordine. Forbici, un divaricatore, un seghetto, bisturi di varie dimensioni. Lo squarcio verticale al centro della canottiera dell’uomo non si era limitato al tessuto, aveva coinvolto anche la carne e ora il bisturi giaceva tra l’erba mentre il sole seccava il sangue sulla lama.

Come se attingesse acqua da una fonte, ha affondato le mani nell’addome dello straniero e le ha estratte ricolme d’interiora. Una porzione le è scivolata dalle dita cadendo con un tonfo molle accanto al corpo. Salsicce al sugo, ho pensato ricacciando un conato.

Esaminando le viscere come una santa nell’interpretazione di un prodigio mi ha chiesto di farle una domanda, una sola.

Avevo la bocca secca, non riuscivo a parlare.

“Chiedimi quello che vuoi” incalzava.

Con uno schiocco ho staccato la lingua dal palato: “Non so cosa chiedere, aiutami, dimmi cosa vedi.”

Dopo un momento di silenzio in cui mosche grosse come acini d’uva camminavano sugli occhi del morto, ha detto che vedeva due bambini e una tenda. Uno dei due bambini aveva in mano un martello. “L’altro è spaventato” ha detto. “E quello col martello sei tu.”

A tredici anni ho deciso che avrei trasformato la vacanza di mio cugino in un inferno. Già prima di allora c’erano stati segnali che non fossi un bambino come gli altri. I miei genitori avevano considerato l’autismo, il disturbo esplosivo intermittente, l’ADHD. I medici mi esaminavano e dicevano a mia madre: “Proviamo questa cura, vediamo se funziona.” Mia madre diceva di amarmi ma appena girava l’angolo la sentivo dire a mio padre che la terrorizzavo.

Con un martello da campeggio ho minacciato mio cugino di finire il lavoro che una figlia d’amici aveva lasciato in sospeso. C’eravamo appartati nella pineta, io e lei. Me lo tira fuori, ci gioca, me lo fa diventare duro e smette un momento prima che io goda definitivamente, così torno in tenda accaldato, mi abbasso il costume e mostro a mio cugino l’erezione che è costretto a placare se non vuole che gli fracassassi il cranio col martello.

L’abuso lascia sempre il segno nella vita di chi lo subisce, ma danneggia anche chi lo commette, e io vorrei aver avuto il coraggio di comunicare a qualcuno ciò che mi stava succedendo, esprimere come stavo cambiando.

Ardendo di vergogna nel ritrovarmi faccia a faccia con l’episodio più torbido della mia infanzia, le ho detto che si stava sbagliando, stava confondendo il passato col futuro.

Lei mi ha guardato ma era come se fissasse altrove: “È il passato che traccia il futuro, non posso dirti cosa avverrà senza sapere cos’è successo.”

Ha allargato le braccia aprendo uno spiraglio nel complesso intreccio di viscere dello straniero, e facendoci precipitare lo sguardo ha detto che all’epoca non potevo sapere che trent’anni dopo, da peccatore, sarei diventato vittima di chi vittima lo era diventata dopo di me, sotto l’abete di un bosco innevato.

“Parli di te stessa?”

“No, parlo di noi.”

“Ci vedi insieme? Per quanto tempo?”

“Non per molto.”

“Uno dei due morirà?”

“Sì.”

“Quando?”

“Non posso essere così precisa.”

“Presto o tardi?”

Ha lasciato cadere le viscere e si è accasciata accanto al corpo. “Presto” ha sussurrato. Mi sono avvicinato e le ho chiesto se si voleva riposare, poi ho aggiunto: “Quel corpo sembra fatto a posta per accoglierti.”

Ci siamo girati verso il cadavere, lei ha preso il bastone e senza cambiare espressione ha scandagliato l’addome svuotato dell’uomo. “Mi piacerebbe ma non posso, il corpo si sta disfacendo.”

“Immagina che non sia così. Solo per me, per pochi secondi, non potresti immaginare che sia fresco? Voglio solo guardare mentre lo fai.”

Anche se in camera da letto mi aveva dato prova delle sue doti contorsionistiche, non credevo riuscisse davvero a stare nella pancia di un uomo. Si è spogliata con indolenza e si è tolta anche i sandali perché a piedi nudi, diceva, c’è più contatto con le pareti interne del corpo, più soddisfazione.

Così raggomitolata sembrava un gattino.

“Come ti senti?” le ho chiesto mentre era dentro.

“Protetta.” Parlando da dentro il cadavere sembrava che lo straniero avesse ritrovato la parola. “E tu?”

Ci ho riflettuto e ho detto: “Cosciente.”

“Forse non avrei dovuto dirti proprio tutto.”

“Invece hai fatto bene, tra noi non ci devono essere segreti.”

Erano rimasti fuori solo i gomiti e le ginocchia.

“Ti piace guardarmi?”

“Sì.”

“Che stai facendo?”

“Ti guardo e basta.”

È sempre più difficile convivere coi propri traumi che rimuoverli. Avevo il cazzo in mano e sono venuto in fretta sulla terra arida.

Quando è uscita dallo straniero sconquassato era umida di sangue. Ho fatto un passo indietro per la puzza e siamo rimasti a guardarci sotto il sole a picco. “Se ora t’infilassi un coltello in pancia” ha detto “saresti in grado di fermarmi prima che io possa squartarti?”

“Non lo so.”

Ha sorriso eccitata. “Ti faccio paura?”

“No” ho detto. “Ti amo.”

“Anch’io, ma ti amerei di più se potessi guardarti dentro.”

Le cicale e il traffico sulla Tuscolana sono cessati di colpo.

“Quando?” ho chiesto ingenuamente.

La risposta la sapevo. Il presente era già futuro.

Si è avvicinata e togliendosi un grumo appiccicoso dai capelli ha detto: “Se vuoi anche adesso.”