Interiora presenta GANDREID di Samuele Fabbrizzi

Ciao horrorofili!
Appena finito il Festival 2012 di “Interiora – mostra ciò che hai dentro”, iniziamo a pubblicare i lavori dei vincitori della sezione Letteratura. Cominciamo da un racconto che ci ha particolarmente colpiti, per la scelta di una prosa di stile classico a cui l’autore, Samuele Fabbrizzi, ha saputo tenere il passo con ricercatezza, senza banalità.
Ma ora bando alle ciance e buona lettura!
 
 
Interiora presenta
GANDREID
di
Samuele Fabbrizzi
 
Scrivo con le lacrime queste mie memorie. Le ultime degne di nota. Su questo foglio bianco sporco di inchiostro e rimpianti troverete sorrisi e dolori come mia ultima eredità. Fuori il cielo romba grintoso dietro le nuvole scure e serie e i cani hanno già cominciato ad ululare. Presagio di morte.  Non lasciate che lo scetticismo si approfitti del vostro istinto, guarendo i vostri timori assillanti come acqua fredda sulle ferite gravi. Un tempo anch’io ero come voi. Stolto a tal punto da credere che niente regnasse aldilà del tangibile. Solo ora pago le mie scelleratezze.
 

Interiora presenta GANDREID di Samuele Fabbrizzi

 Arrivai a Dref Ysbryd più di un anno fa. Non avevo mai sentito parlare di questo villaggio sperso in qualche buco del Galles eppure il capo della redazione per cui lavoravo mi ci spedì di filata per indagare sul fenomeno paranormale che terrorizzava gli abitanti del paesino a tal punto da fomentare frettolose emigrazioni o, nel peggiore dei casi, assurdi suicidi. La mia razionalità mi impediva di credere a tali stupidaggini, pane per i miei denti, il lavoro perfetto per uno svela misteri del mio calibro. Da dieci anni ormai risolvevo casi simili e potevo dire con fierezza che nessun fenomeno paranormale mi si era presentato dinnanzi agli occhi, costringendomi ad inginocchiarmi ai piedi del trascendentale. Poltergeist, Madonne piangenti, cerchi nel grano, apparizioni, guarigioni “miracolose”, niente di tutto questo si era rivelato concreto dopo le mie attente osservazioni e le mie minuziose indagini. Dietro i terrori folkloristici e le superstizioni popolari si celavano sempre cittadini ignoranti, ottusi e del tutto privi di logica. Oppure psicotici affetti da schizofrenia, disturbi dissociativi e incurabili dipendenze da alcool e oppiacei. I paesi poco industrializzati, le cittadine antiche e le campagne sperdute erano da sempre terreno fertile per spauracchi terrificanti. Non era nemmeno un fatto raro che qualche furbo imprenditore approfittasse di queste civiltà sottosviluppate per costruirci sopra grandi business “spirituali” incentrati sulle speranze mal riposte di malati terminali o turisti in cerca di brivido. E tale era la mia idea anche per la piccolissima Dref Ysbryd.

L’ultimo mio caso mi aveva portato in un paesino rustico del sud Italia in cui un guru capellone e trasandato si proclamava figlio di Dio, guaritore e veggente, con tanto di adepti al seguito. Ricordo che non fu un caso molto complicato. Le visioni di questo “illuminato”, così come le guarigioni “miracolose”, avvenivano sempre in concomitanza con l’ingestione di misteriose pozioni a base di erbe. Dopo una breve analisi scoprii che le schifezze che rifilava a pazienti, adepti e perfino per se stesso altro non erano che tisane a base di semi di stramonio, la pianta delle streghe, fortemente velenosa e capace di alterare la coscienza inducendo a stati allucinatori.
Come ho già detto la mia idea di Dref Ysbryd era pressoché analoga. Ero così sicuro delle mie potenzialità che mi portai a presso perfino mia moglie Annabel e mia figlia Allison, nata e cresciuta in città e fortemente desiderosa di visitare le zone rurali del Galles.
La leggenda che incatenava il villaggio dimenticato da Dio si chiamava Gandreid ossia “Cavalcata della morte” e si riproponeva ogni anno dopo il solstizio d’inverno. I vecchi del villaggio mi raccontarono che l’antica Dref Ysbryd sorgeva su di un terreno sconsacrato in cui un frate pazzoide, rassegnatosi ad un cielo senza Dio, si era abbandonato secoli fa al peccato più sfrenato, violentando vergini e pasteggiando con bambini innocenti pur di non invecchiare. Il Diavolo, l’angelo caduto per antonomasia, in sella al suo stallone bruno come la notte senza stelle, cavalcò le valli del Galles in cerca dell’anima del frate, accompagnato dagli spiriti urlanti dei bambini non battezzati e delle peccaminose meretrici sotto forma di spettri ripugnanti, cavalli imbizzarriti o Annwn Cwn, cani bianchi e rossi soprannominati dalla tradizione gallica “Segugi dell’altro mondo”. Il frate, trovatosi al cospetto del principe delle tenebre e cosciente di averlo ingannato ritardando la propria vecchiaia, pur di non divenir dannato per l’eternità e di conservare la propria sporca vita sulla Terra, gli propose un patto scellerato: Ogni anno, precisamente dodici giorni dopo il solstizio d’inverno, la cavalcata della morte con a capo il dio cornuto, sarebbe stata premiata con una giovane anima pura da portare giù negli Inferi. Così era nata la leggenda che attanagliava da secoli Dref Ysbryd.
Il mio nuovo e provvisorio vicino di casa Francis Dandon mi spiegò con straordinaria meticolosità gli strani accadimenti che avvenivano nel villaggio dal solstizio d’inverno fino al dodicesimo giorno. Segugi col volto di neonati, donne sinuose che si muovevano come spettri nell’oscurità dei boschi, cavalli dagli occhi color sangue che sbuffavano fiamme dalle narici e quadri di defunti che improvvisamente cominciavano a lacrimare e sbavare sangue giù dalle cornici. Per non parlare delle tristi scomparse di ragazzini mai più rinvenuti.
Roba trita e ritrita trasudata dai racconti del terrore, pensai allora senza alcuna remora, un ottimo tributo a Poe e Lovecraft. Quando si dice che l’imitazione è la miglior forma d’ammirazione…
Eppure più si avvicinava il solstizio d’inverno e più la gente sembrava impazzire. Le donne anziane si rintanavano nelle loro catapecchie vicino ai focolari, strizzate dentro alle loro lunghe vesta nere e bianche, gli uomini sbarravano porte e finestre di casa guardando con diffidenza me e la mia famiglia al nostro vagare spensierato, le ragazze si ubriacavano e si concedevano senza nessuna inibizione agli appetiti sessuali dei contadini più che felici di aiutarle a perdere la propria purezza. Ovunque mi voltassi vedevo i mattoni di Babilonia ricomporsi uno ad uno sotto i miei occhi impotenti.
Francis Dandon, preoccupato per i concittadini, non passava giorno che non mi pregasse di rimanere a Dref Ysbryd per svelare l’assurdo mistero, liberando finalmente il villaggio dalle influenze negative. dall’inevitabile crollo demografico e dal preoccupante tasso di suicidi frutto del terrore. Ripagava il mio lavoro con grosse ceste di frutta prelibata e verdure appena colte. Allison era pazza del suo faccione paonazzo ornato da ciocche di capelli bianco panna. Spesso bussava a casa dell’uomo in cerca di racconti da brivido, dolcetti caldi e risate in compagnia. E Francis l’accoglieva a braccia aperte, sempre pronto a sorriderle e accudirla come la nipotina che non aveva mai avuto.
Finalmente a Dref Ysbryd giunse il solstizio d’inverno. Le strade sabbiose erano vuote di anime e nell’aria solo il vento si azzardava a sospirare motivetti sconosciuti. Perfino la Luna quella sera se ne rimase nascosta dietro la tempesta di nuvole grigie che offuscavano il cielo. Un tempo pessimo. Sai che novità per un paese del Nord Europa, pensai tra me e me affacciato alla finestra di casa, (l’unica a non essere sbarrata da lastre di legno spesse tre centimetri). I capelli verde scuro delle lunghe distese d’erba spingevano verso est, coperti da un inquietante coltrone color tenebra che mi impediva ogni sorta di visuale aldilà degli otto metri. Il cielo si squarciò in due quando un tuono si schiantò nel bel mezzo del villaggio. Dal cielo fetido di terrore cominciò a discendere una fitta pioggia. Mi sentii avvinghiare attorno al busto. Il profumo dolce, il calore familiare. Annabel mi stava abbracciando e i suoi soffici capelli biondi mi accarezzavano il collo nudo.
 
“Dai amore, vieni a letto. Riprenderai domani le tue indagini. – Mi sorrise maliziosamente. Ormai anche lei condivideva la razionalità delle mie idee. – Ti aspetti veramente che i quadri piangano?” – Indicò le opere che avevo appeso alle pareti di casa per verificare l’effettivo fenomeno paranormale che la maggior parte dei cittadini sembravano conoscere e confermare. Eppure i quadri, seppur di una scomoda inquietudine, tutto facevano fuorché tremare, piangere o sbavare sangue. I soggetti raffigurati erano tutti bambini. Il pittore che me li aveva venduti al mercatino delle pulci di Dref Ysbryd quasi me li aveva tirati dietro pur di liberarsene. E così mi ero ritrovato degli estranei dipinti su tela, figli di nessuno che mi divoravano il corpo con le loro pupille in tempera nera.
 
“Tra poco arrivo Annabel, aspettami a letto!” – Le baciai dolcemente la fronte. Allison già dormiva da ore.
Così rimasi da solo un altro po’ dinnanzi a quella finestra vuota. La bottiglia di gin suonava a vuoto e il mio alito poteva fungere da fiamma ossidrica tanto avevo bevuto per la noia. Ero uno dei tanti che beveva per far succedere qualcosa quando il mondo circostante era pregno di silenzi e monotonia. Whisky, droghe, erbe, patologie psichiatriche, tutto pur di vedere qualcosa di strano che non mi sembrasse così dannatamente scontato. Fui uno stolto a desiderare l’indesiderabile.
La mia attenzione venne catturata da un cucciolo bianco che si aggirava fuori dalla finestra in cerca di cibo. Il suo pelo era bagnato, pregno di pioggia e sporcizia, il suo fisico denutrito e la sua andatura traballante. Ebbi così pena di quell’essere puro che senza pensarci mi buttai sotto la pioggia con l’intento di dar riparo a quella povera bestiola. Fuori l’aria era agghiacciante. Il cagnolino sembrò non accorgersi di me finché non fui a pochi centimetri da lui. Il suo pelo era bianco neve sporca, escluso per le orecchie e la pancia verniciate di un soffice rosso chiaro. Era come una torcia nel bel mezzo della buia Apocalisse. Poi d’improvviso un pianto sommesso mi distrasse dalla piccola creatura. Mi guardai intorno. Doveva essere un bambino, un neonato smarrito o abbandonato da chissà chi come sacrificio al Diavolo. Quanto può rendere folle un uomo la mera superstizione? Possibile che tutto il sangue versato in nome degli Dei non fosse bastato al genere umano per ricredersi sull’effettiva pienezza del cielo sopra le nuvole? Persecuzioni, crociate, inquisizioni, possibile che l’essere umano avesse davvero bisogno di tutta questa morte per continuare a vivere? La storia porta in grembo la stessa manciata di errori che l’uomo non cessa mai di ripetere.
Attraversai l’erba, guardai dietro alla staccionata in legno, poi dentro alla spazzatura e infine sotto l’impalcatura della mia abitazione provvisoria. Niente. Eppure il pianto continuava. Il cane nel frattempo non si era spostato dal luogo in cui lo avevo lasciato. Mi dava ancora le spalle, coda tra le gambe e sguardo rivolto verso la tenebra racchiusa dentro agli arbusti boschivi. Mi avvicinai a lui per ripararlo dalla tempesta, Puzzavo quasi quanto lui. Gli accarezzai la schiena delicatamente, attento ad ogni sua possibile reazione. E fu lì che si voltò per guardarmi. Il suo non era un mugolio ma il pianto sommesso di un neonato. I suoi occhi non avevano niente di animalesco, ma al contrario erano così… umani. Mi chiedevano aiuto, mi guardavano così teneramente da investirmi di improvvisa pena, pari solo all’inquietudine di cui il mio corpo prese a tremare. Abbaiò una cantilena stonata, le urla puerili e innocenti di un pargolo in culla così assordanti da penetrarmi i timpani, obbligandomi a tapparmi le orecchie con i palmi delle mani. La pioggia aumentò, il cielo si squarciò di fulmini ancora e ancora, costringendomi alla fuga dentro alle mura di casa. La camicia grondava di sudore e acqua piovana. La mia schiena spingeva contro la porta e, per la prima volta in vita mia, giuro che non ebbi il coraggio di voltarmi. Strizzai le palpebre, respirai lentamente come per svegliarmi da quel brutto incubo. Doveva essere colpa del gin. Sicuramente era una conseguenza dei quaranta gradi che mi gorgogliavano nello stomaco. Convinta la mia testa, a passi lenti come se non volessi farmi scorgere da anima viva mi avvicinai alla finestra dalla quale prima avevo osservato il piccolo cane affamato. Ma l’erba era vuota e dell’animale non c’era più alcuna traccia.
I giorni successivi tacqui sull’accadimento. Non volevo che mia moglie mi prendesse per pazzo. Ero al villaggio per risolvere il caso. Non per caderne vittima. Io stesso presi a dubitare dei miei occhi. Infondo niente è più fallace dei sensi umani. Magari il racconto di Francis e degli altri anziani mi aveva in qualche modo suggestionato… La struttura antica della cittadina poi, era inquietante per sua natura. Inoltre c’era il gin. Tutta una bottiglia di gin. Forse il cane bambino era solo l’ennesimo delirio di uno stupido ubriacone. Solo che in questo caso la “spugna” della situazione ero io.
Quando la luce brillava alta nel cielo i paesani si scambiavano pareri e confessioni sugli strani fenomeni paranormali che avevano invaso le loro quattro mura nonostante i riti e le preghiere. C’era chi aveva visto i quadri piangere e chi, sbirciando tra le fessure delle lastre di legno giurava di aver intravisto un cavallo nero dagli occhi color porpora ed un uomo cornuto a sedere sulla sua groppa. C’era chi aveva udito pianti sommessi e chi aveva chiuso gli occhi dinnanzi a misteriose ammaliatrici seminude figlie delle tenebre. Ma la cosa più sconvolgente era che per gli uomini e le donne di  Dref Ysbryd, l’unico modo per sfuggire alle grinfie del diavolo sembrava essere il peccato. E più estremo era il gesto immorale e più la persona si sentiva al sicuro. Il demonio aveva bisogno d’innocenza, non di cuori impuri. Le strade erano pregne di donne nude, gli angoli polverosi della campagna occupati da coppiette ninfomani, le taverne da ubriaconi e prostitute improvvisate, solo per aggrapparsi con le unghie e con i denti alle loro inutili vite.
Giunse il dodicesimo giorno dopo il solstizio d’inverno e nessun bambino, così come nessuna ragazzina, sembravano esser scomparsi dal paesaggio tetro e sterile di Dref Ysbryd. Nell’aria il nervosismo era il nuovo virus mortale. La gente era irascibile, scontrosa e disonesta più del solito. Il delirio aveva preso il sopravvento sulla realtà. Le botteghe avevano anticipato la chiusura al tramonto, i campi coltivati si svuotavano non appena il cielo si colorava di rosso e i bambini non andavano nemmeno più a scuola. L’irrazionale aveva inesorabilmente spodestato la razionalità.
Quella sera decisi di non toccare il gin. Era la mia ultima notte a Dref Ysbrid dopodiché me ne sarei tornato a Londra per portare la mia indagine al capo della redazione. Il problema però era che tra le mani non avevo niente se non un pugno di polvere e qualche fogliaccio bianco e inumidito. Un’allucinazione da brillo e qualche testimonianza bigotta attendibile quasi quanto un malato di mente strafatto di psicofarmaci. Dovevo osare. Così indossai una giacca pesante per contrastare l’inverno gallese e mi sedetti in veranda ad osservare il paesaggio tenebroso che regnava sotto il cielo buio e gonfio del villaggio dimenticato. Dopo un’ora cominciò a piovere. Come al solito. I camini delle case non respiravano e dentro alle fessure di legno non brillava alcuna luce. Il mondo intero dormiva. Mi accorsi che intorno a me non c’era alcun tipo di rumore. Il parquet sotto i miei piedi non scricchiolava, il vento non sibilava e la pioggia non picchiettava. Sembrava che Dref Ysbryd fosse stata ingoiata da un limbo atemporale. Ero sordo? O che altro? Il panico ebbe la meglio, alimentato dal paesaggio statico del quale mi sentivo unico protagonista come nelle foto in bianco e nero in cui i soggetti ritratti rivestono d’eternità i propri sorrisi istantanei tanto inquietanti quanto forzati. Poi d’improvviso un tuono squarciò in due la distesa nuvolosa sfumata di blu e nero, e l’equilibrio di silenziosa immobilità fu rotto. In lontananza, nella profondità del bosco, udii un gran vociare. Grida di caccia, pianti di bambini, urla goduriose e cavalcate sfrenate. Chiusi gli occhi contando e ricontando per destarmi dalla mia allucinazione. Forse mi ero addormentato e Morfeo si stava burlando di me… Eppure fu grande il mio terrore quando riaprendo le palpebre come il sipario a teatro, vidi dinnanzi a me il demone cornuto e i suoi seguaci. La notte mi impedì di captarne minuziosamente i particolari ma mi ricordo con certezza che la sua testa portava un elmo nero decorato da due grandi corna di caprone. Affilatissime, come se il solo toccarle potesse trafiggerti i palmi. Il suo cavallo era di una maestosità immensa, nero come il carbone ma lucido come l’olio. Scalpitava come se volesse travolgermi con la sua corsa. La muscolatura tesa, la criniera corvina, gli occhi rosso sangue come se dietro quelle palpebre morte si nascondesse tutta la pena dell’Inferno. Ai suoi piedi cani bianchi e rossi come quello visto dodici giorni prima piangevano lacrime amare, fissandomi con i loro occhioni innocenti da neonati dannati. I miei polmoni a malapena mi donavano l’ossigeno necessario per non collassare. Donne, o meglio spettri sinuosi mugolavano eroticamente attorno a quelle creature, invitandomi ad unirmi al loro banchetto sessuale. I loro corpi non conoscevano consistenza ma si burlavano del tangibile scomparendo e ricomparendo come fuochi fatui, dondolando i loro abbondanti seni morsicati nella mia direzione.
Un urlo dietro le mie spalle mi destò dal mio pericoloso divagare delirante. Era Annabel che mi corse a presso stringendo un quadro tra le sue mani pallide. La tela cadde al suolo quando i begli occhi di mia moglie si scontrarono con l’orrenda visione del cavaliere cornuto e del suo esercito. Si pietrificò a tal punto da farmi dubitare della sua vitalità. Io non mi persi d’animo e raccolsi l’opera caduta a faccia in giù sul parquet marcio della veranda. Fu grande il mio stupore quando confermai i deliri degli anziani del villaggio. Avevano ragione. Francis aveva ragione. Nel quadro che tenevo stretto tra le mani il bambino raffigurato piangeva e piangeva, versando grosse lacrime d’acqua salata che mi cadevano sulla pelle. I suoi lamenti riecheggiarono nell’aria unendosi a quelli dei cani finché la cornice dorata non iniziò a rigettare sangue denso giù dagli angoli.
Annabel balbettando mi disse che tutti i quadri in casa stavano piangendo e sanguinando. Dovevamo andarcene. Presi mia moglie e la spinsi dentro casa. Era ora di fare le valigie e fuggire via da quel luogo infernale. Poi un orrendo presentimento mi invase lo stomaco. La stanza di mia figlia. Possibile che Allison dormisse ancora nonostante quel baccano? Preoccupato mi fiondai in camera sua. Il letto era vuoto. Le coperte sfatte, le lenzuola sul tappeto, il cuscino aperto in due e tutt’intorno a me una nevicata di piume d’oca. Ma di Allison nessuna traccia. La sua finestra era aperta e la tendina rosa chiaro svolazzava al vento risucchiata all’esterno. Dubitai che mia figlia fosse scappata di testa sua. Qualcuno doveva averla rapita.
Senza dire niente ad Annabel per non allarmarla ulteriormente le ordinai di fare le valigie mentre io avrei tenuto a bada l’armata delle tenebre. Non le dissi che uscivo a cercare nostra figlia.
Impugnai la carabina che tenevo infilata nel vaso portaombrelli ed uscii frettolosamente alla mercé del demone cornuto. E’ incredibile il fuoco che ti divampa nelle viscere quando un tuo caro è in pericolo. La forza molto spesso aumenta e dai adito a energie che perfino tu ignoravi di avere. Non è vero che non esistono misteri se non quelli trascendentali. L’essere umano, la natura e l’universo circostante sono il più grande mistero che noi liberi pensatori dobbiamo imporci di scoprire poco a poco. Briciola dopo briciola.
Il cavallo color tenebra era ancora lì con il suo cavaliere demoniaco in groppa. Ma non erano più soli. A circa quindici-venti metri da me riconobbi la capigliatura soffice e bianca del mio vicino di casa. Francis Dandon. Tra le braccia teneva Allison, ancora dormiente, come se preda di un profondo incantesimo. L’uomo procedeva in direzione del diavolo con tutto l’intento di donargli l’anima di mia figlia.
Dandon, gridai, Dandon, figlio di un cane, riporta qui la mia bambina! – Eppure lui mi ignorava. Era come se non esistessi. Allora l’avvertii – Dandon, se non lasci immediatamente mia figlia ti sparo in testa! – Ma ancora una volta le mie parole caddero nel vuoto come se non le avessi mai pronunciate. Il mio fucile tuonò una, due, tre volte di fila, ma i proiettili si incastrarono in una dimensione senza tempo, ingoiati voracemente dalla notte senza stelle. Allison nel frattempo si era svegliata e piangeva, piangeva e piangeva, chiedendo aiuto, gridando il mio nome, il padre che non poteva aiutarla. Poi un fulmine cadde ai miei piedi, facendomi sprofondare dentro al parquet decadente della veranda. L’ultima cosa che vidi fu il volto di quell’orrendo angelo caduto. Sotto l’elmo dalle corna di caprone, un volto putrefatto che di umano aveva ormai ben poco. Le orbite vuote, i denti marci, brandelli di carne che penzolavano dal suo volto privo d’espressione… Il diavolo in persona, ne sono sicuro. O Dio, a seconda dei punti di vista.
Fu l’ultima volta che vidi Allison. La terra sotto ai piedi di quell’armata si aprì zolla dopo zolla, come se un improvviso terremoto investisse il villaggio di Dref Ysbryd, ingoiando tutta la flora e la fauna di questo luogo spettrale. Un fuoco all’odore di zolfo si attorcigliò attorno alle anime dei dannati, ai cani bianchi e rossi, alle meretrici provocanti, al cavallo vestito di tenebra e al demonio cornuto che ormai teneva tra le braccia una scalciante e disperata Allison. Il suo pianto riecheggiò nella notte prima di sparire del tutto. Le ultime note familiari della mia vecchia vita.
 
Ed eccomi qui a scrivere queste mie ultime memorie. Un anno è trascorso dalla morte di Allison e la mia vita si è decomposta come il volto del demone cornuto. Mi sono trasferito qui a  Dref Ysbryd perché sento che è l’unico posto dove posso stare. Dove devo stare. Mia moglie mi ha lasciato, il capo redattore mi ha licenziato e il gin è ormai divenuto il mio unico amico di avventure. I vecchi del villaggio non mi vedono nemmeno più come uno straniero. Sono solo uno dei tanti padri che hanno perso un figlio. Tanto per dire quanto poco unico sia l’essere umano ovunque egli vada…
Oggi è il dodicesimo giorno dopo il solstizio d’inverno e io sono pronto. Giuro che sono pronto. Attenderò la Gandreid guidata dal demonio in persona sulla veranda di casa, proprio come un anno fa. Ho provato ad uccidere Francis Dandon ma sembra essere immortale. Il patto che lo lega al demonio è un’ancora di salvataggio che gli assicura la salvezza terrena. E’ lui il frate senza fede che secoli fa unì il suo spirito agli inferi in un patto indissolubile. Francis non può invecchiare. La sua vita si è fermata ai sessant’anni d’età. Là dove morì il suo spirito, nacque la sua tremenda leggenda. Di lui è rimasto un corpo di carne che nasconde dentro di sé un’anima decomposta. E mentre le forze lentamente mi abbandonano sento le urla della Gandreid riversarsi nell’oscurità della notte. Troverò Allison e la libererò. A costo di dannarmi l’anima, a costo di dar vita ad un nuovo patto.
Possa l’amore essere la mia eterna dannazione!
Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...